Costa di Sera dei Tabacchei, il riflesso di un territorio straordinario

Dopo aver acquistato quello di Alfonso Rinaldi su altopiemonte, la principale enoteca online sui vini di questo territorio per cui tanto ha fatto e la cui opera di divulgazione continua tutt’ora con incessante passione, torno con piacere a parlare di Erbaluce.

Alfonso Rinaldi mi è sempre stato raccontato come una persona splendida, dalle mille doti, che conduce mezzo ettaro di vigneti a Suno, dove prende vita il Costa di Sera dei Tabacchei, 100% Erbaluce o Greco novarese.

Dire il vero motivo di tale distinzione risulta complicato quanto tradurre un haiku, ma ciò che è certo, è che tale vitigno abitava questi territori prima ancora che l’uomo decidesse di fare guerre di rivendicazione, al cui benedetto Erbaluce, felice sulle sue pergole, non importava poi granchè.

Il nome reclama un’origine ellenica o “alla moda greca”, presumibilmente focese. Ciò che risulta affascinante è che la Focide è una regione confinante con la Beozia, dove il poeta Esiodo per primo scrisse dell’appassimento, ove le auree bacche venivano raccolte e attese al sole per dieci giorni e dieci notti. E l’Erbaluce com’è noto, regala passiti straordinari.

I Focesi però in Piemonte non arrivarono mai, sostarono sulla costa ligure, che nel VI secolo a.C. si estendeva fino a Nicaea, l’attuale Nizza, ripartendo per Marsiglia e facendo poi rotta verso il mare che avrebbe posto fine alla vita di gran parte dei loro uomini, apostrofando questa vicenda ad avvincente e drammatica leggenda.

Ma l’Albalux dai grappoli dorati, dall’ardito aspetto e dalle fulve bruciacchiature donate dal solare bacio, è ora uno dei vitigni a bacca bianca più affascinanti del nostro paese, e che sia Greco o Erbaluce, nell’Alto Piemonte riesce ad esprimersi straordinariamente.

Esempi come il Costa di Sera dei Tabacchei ci fanno intuire quanto il vino ed un varietale siano svincolati dall’idea di possesso, e mettano in chiara luce il valore delle cose buone.

E questo è un vino buono, vero, coinvolgente nel suo dinamismo, dalle note citrine, di uva spina, di mela, di rosa bianca e glicine. Il corredo di erbe aromatiche anticipa ma non stravolge il sorso floreale, beverino, verticale, di golosa sapidità e dal lungo finale.

Non mancherà una visita ad Alfonso, dove la giornata sarà di certo colma di buon vino e di aneddoti su un’altra passione, di cui lui è cultore e che credo condivideremo: la buona musica.

Il Ballu Tundu di Giuseppe Sedilesu, tra vino, arte e caduche convinzioni

Prima di incontrare i vini di Sedilesu ammetto di non aver avuto un buon rapporto con il Cannonau, e solo il tempo e l’analisi critica mi hanno guidato alla comprensione del perché di una tale mia convinzione, che oggi appare più che mai estinta.

Non starò qui a tediarvi con la storia del Grenache o non-Grenache, di DNA e sequenziazioni, per cui nutro enorme interesse, ma che trovo essere ora una parte marginale in queste poche righe.

Ho sempre visto il Cannonau, prima della mia conversione e giuramento verso i vini di Mamoiada, come un’opera cupa, più vicino ad un vino di Scizia come Ovidio li descriveva nelle Metamorfosi, talmente atro e coagulato da poterlo fendere con un’accetta.

Ma quell’aberrazione enologica non poteva essere paragonata a ciò che oggi è un vino emblematico della viticoltura italiana.

Più d’una volta, guardando i Cacciatori nella neve di Pieter Bruegel, ho provato ad immergermi nel rientro dalla battuta, ad idealizzare il calore del fuoco, il contrasto termico con il volto gelido, la preparazione della cena.

È senz’altro uno scenario differente da quello sardo, ma l’uscita con i cani pastore, il braciere e gli abitanti che sulla sinistra si accaldano rimuovendo le setole dai maiali, riportano a quell’aria che accoglie la sera tinta dal nettare di Ottobre, con il suo rubino carico, attorniati dall’essenza balsamica e speziata, dai richiami fruttati e dalla tempra alcolica.

È il vino che vorresti come compagno in quelle noctes cenaeque deum di Orazio, le notti da far invidia agli dei, è il varietale che meglio di altri intrattiene un corteggiamento ancestrale con la primordialità carnivora dell’essere umano.

Il Cannonau, come quello di Sedilesu, è un vino sincero, franco, capace di trasportare senza maestrismi di retorica né acrobazie verbali, la cui severità giovanile sarebbe riuscita a smuovere mezza Parigi esistenzialista e la cui maturità al contempo, avrebbe forse strappato un sorriso, uno vero, anche a Simone de Beauvoir.

L’unica cosa certa, più dei riferimenti artistici, è che se cercate una robetta esile ed ipocondriaca dovete dirigervi altrove.

Il Ballu Tundu proviene da un vigneto centenario, totalmente composto da Cannonau di Mamoiada, con quest’ultimo nome inciso nei geni della pianta, allevato ad Alberello.

Le rese sono molto basse, 30 quintali per ettaro, la fermentazione è spontanea e l’affinamento avviene in botti da 40 ettolitri.

Il risultato è un vino di incredibile eleganza, dalla veste rubino intenso, dai profumi balsamici, di mora sottospirito, di erbe aromatiche, di incenso. Prosegue su note ferrose, di mogano fino a calice vuoto, dove rimangono richiami boschivi, di muschio e foglie fermentate. Al palato è morbido, la sensazione calorica è ben integrata e affianca la struttura acido-sapida in un equilibrio già estremamente accomodante. Persistente il finale.

È un vino ancora nella sua esuberante piacevolezza giovanile, ma che può realmente concedersi il lusso del riposo nei decenni futuri, certo che l’attesa non verrà tradita.

Del Nizza, della Barbera e della resilienza

Dall’inizio di questo nuovo anno, il tempo per dedicarmi alla scrittura e alla lettura è stato davvero ridotto all’essenziale azione di svolgere documenti, così come la lontananza dal vino mi ha ricordato quanto possa esser triste l’anima temperante di un astemio, tanto quanto lo sia quella cupa di chi eccede all’opposto.

Ho parlato spesso della Barbera, e credo possa esser chiaro quanto io vi sia affezionato, che è per me il vino del ritrovamento, del ritorno galliano. Il Nizza di Cantine Brema è la sintesi della mia nostalgia purpurea, una delle migliori espressioni di questa recente denominazione.

Parlai di quegli esuli d’animo che portarono la Barbera al merito che le spettava, ma anche di chi come Luigi Veronelli, si fece voce del loro ascetismo.

La Barbera di Nizza raccoglieva già elogi al tempo della ricostruzione, sulla tavola delle famiglie sopravvissute al periodo bellico.

Continua a leggere “Del Nizza, della Barbera e della resilienza”

La Petite Chapelle

In un giorno in cui la fredda breccia mattutina sembrava essersi portata via anche la più flebile parvenza di cromatismo, e con questo la già remota voglia di concludere qualcosa alla fine di una alba spenta, decisi di aprire un Hermitage nella speranza di ricongiungermi con la parte di encefalo che accoglie le sensazioni tattili.

L’Hermitage è uno di quei braceri in cui arde la storia di un popolo fervente, in più epoche osannato, che dona come prodotto di reazione un caldo rifugio per l’anima.

In quella sella granitica abita il più alto concetto di simbolismo enologico, quella profondità insita nella capacità quasi ecclesiastica del vino, di operare la trasmutazione del liquido in spirito rifluente.

Una sola collina che si erge come rifugio di Dei antichi, scampati agli epiteti perbenisti degli osservanti i precetti di religioni ubriache di un Dio reso puritano, perché sicuramente lo è diventato dopo, e anche più volte in diverse lingue.

Qui la vite esiste dal IV secolo a.C. ed è sopravvissuta alla follia monopolistica di Domiziano, alla fillossera, alle contraffazioni del XVII secolo e alla Loi Evin o “Loi des pleurnichards”.

Jean-Claude Grumber si chiese proprio in “Pleurnichard”: “In effetti, non ho mai saputo davvero come comportarmi di fronte alla sfortuna assoluta. Dovresti piangere, strapparti la testa e calpestarla, o ridere alla morte?…”

La risposta che si diedero gli eroi dell’Ermitage fu unica e assoluta rispetto a quella di Grumber, ed inseguirono l’agape nella filosofia dicotomica dono-sacrificio. Santificarono quanto gli era stato concesso in un’opera cupa, che richiama il gelido inverno, lo spirito di un padre conservatore immerso nella nube del sigaro serale.

L’Hermitage impolverato e coperto dalla coltre dei decenni è, una volta aperto, come un amante abbandonato al suo ipotizzabile stato di irrefrenabile decadenza, ma che ad un certo punto trova nel luogo più tetro una foto, in cui egli appare immortalato in un’espressione di eterna soddisfazione.

Il vino dell’Hermite nella sua più verde età invece, rende chiaro il perché Dumas fosse un assiduo frequentatore della cantina del Cafè Anglais di monsieur Delhomme, nella quale si recava alle sette di sera per essere testimone di come i vigneron del Rodano settentrionale operassero l’incanto attraverso una colta istintualità, e di come un vino non cambiasse di magnificenza, ma d’intenzione nell’Opera del tempo.

La Petite Chapelle è il fratello de “La Chapelle”, vino storico della cantina Paul Jaboulet Ainè, frutto di un’annata classica, la 2013, che porta in bottiglia più eleganza che potenza, un sorso definito in prima battuta per deboli di cuore, frase ad effetto in pieno contrazionismo anglofono, che risuona come una massima che nessuno ha colto. È un’annata che si sta rivelando progressivamente, in una distensione elegante senza eccessive dissonanze nel percorso di evoluzione.

La Petite Chapelle 2013 si apre in un crescendo di complessità, da toni di ciliegia e marasca a note più cupe, balsamiche, di erbe amare, verso una comparsa di afflati terrosi, di tabacco e cuoio. Il sorso è avvolgente, profondo, dalla speziatura tetra. È sapido e fresco, il tannino è accomodante e l’equilibrio offre una grande continuità di beva. Il finale è una sfumatura interminabile a cui pone rimedio solamente il calice successivo.

Il Trebbiano Spoletino e l’ “Anteprima” di Antonelli

Il Trebbiano Spoletino è stato sicuramente il protagonista di una delle ribalte più entusiasmanti della viticoltura di questo secolo, un autoctono di grande e travagliata storia che è oggi uno dei volti principali di Spoleto e del vigneto umbro.

Nome che riporta a quello di molti trebbiani, l’uva chiamata in causa da Plinio il Vecchio, il vinum trebulanum nella sua Naturalis Historia nel libro XIV, l’uva vagabonda che ha però in comune con lo Spoletino lo stesso rapporto che vi è tra il primo bacio ed il divorzio.

Citato presumibilmente per caratteristiche già nel ‘500, quando in Italia imperversava l’afflato più sdegnoso e dispotico possibile della Controriforma religiosa guidata da Carlo Borromeo, lo Spoletino già si maritava ipoteticamente all’imponente arborea che lo avrebbe ospitato. Eppure le tracce irrimediabilmente si persero, saltando fuori saltuariamente con qualche descrittore putativo che lo chiamava in causa, ma senza poetiche laudi.

Vino che finì in modo altrettanto realistico nel bicchiere del Carducci durante la riaffermazione della poesia italiana con la riproposizione dell’esametro eroico in un decennio di pedissequità culturale, frutto probabile di quell’incazzatura patriottica che servì da slancio tanto al Carducci per avvicinarci alla Germania di Goethe, quanto ai viticoltori umbri per l’ottenimento di quella meritata denominazione che è la DOC Spoleto oggi.

Tre decenni sono il tempo che intercorse prima della sua messa a dimora su carta, e avvenne in epoca di mezzadria e povertà da parte di Francesco Francolini, colui che dispose i consigli di risparmio mentre al fronte si combatteva l’avanzata austro-ungarica descrivendo un’Italia devastata internamente, quando in agricoltura si faceva richiesta di prigionieri di guerra come forza lavoro per un minimo di trenta braccianti.

Affascinante fu la descrizione di quell’uva di tardiva maturazione, dal color dell’oro che preferisce una potatura lunga. Diveniva mosto intorno alla metà di settembre, ora si vendemmia nell’ultima decade di ottobre, un altro interessante particolare storico.

Dopo gli anni ‘60 ed il periodo di urbanizzazione, lo Spoletino torna a far parlare di sé come ennesima testimonianza del grande patrimonio culturale, umano e ampelografico dell’Italia del vino, in un’epoca pre-contemporanea di riscoperta varietale, in cui vi è abbastanza acqua per germogliare ma anche a sufficienza per l’asfissia radicale di chi non crede abbastanza, o ripone eccessive speranze in qualcosa di inconsistente.

Ora il viaggio dello Spoletino procede libero da censure oracolari, alla ricerca di uno stile o verso il consolidarsi di forme ormai definite, con variazioni del periodo di macerazione, dell’affinamento, con tratti ancestrali o forgiati dall’acciaio inossidabile o ancora, con una dialettica alsacienne.

Ed è in sé l’anfora a caratterizzare la vinificazione dell’Anteprima Tonda di Antonelli, recipiente che non è estraneo a Spoleto, dove i contenitori anforei si producevano già nel I secolo d.C., dediti al trasporto di vino verso la Roma augustea. I cloni coltivati derivano da una selezione massale di vecchi ceppi maritati ad aceri, il cui vino è un preludio, una versione in nuce di ciò che sarà il frutto della rinnovata Vigna Tonda.

Vinificato in terracotta e ceramica a temperatura non controllata, si presenta al calice con una veste oro chiaro, luminosa. Sospende già all’olfatto su note che ricordano la maturità del frutto, di papaya e pesca gialla, di erbe officinali, incenso, spezie e tracce minerali. Si distende al palato in un sorso primigenio, con un equilibrio già vicino, in una giustapposizione tra durezze e morbidezze, con accenni a tratti amaricanti che mascherano la tensione, ma lasciano intravedere una sapidità piacevole. Lungo è il finale su ricordi di frutta esotica ed erbe mediche.

Il Barolo, il calore della 2003 e la Vignarionda

Descrivere ciò che rappresenta il Barolo è sempre qualcosa di arduo ed estremamente personale, soprattutto quando a leggere o a conversare sono persone legate congenitamente all’argomento, stringendo tra le mani tinte dalle vinacce un calice colmo di sacrifici e di quella stessa materia di cui accenni qualche parola con tono sommesso.

In questo la scrittura aiuta parecchio.

Da vino reduce di un contesto incendiario come quello degli anni ‘80, ad oggi il Barolo è niente meno che immagine di se stesso, simbolo reazionario, oratore onnipervasivo di un luogo, di una collina, a volte di una vigna, di una famiglia.

Poco importa in alcuni casi se l’annata è quella che è, e la natura rifiuta di raggiungere i 100 punti, come una 2003 torrida e siccitosa da essere ricordata quasi solo per questo.

La sincerità teologica del vino è il biglietto per bypassare quella cortina di timidezza prima della conoscenza, l’incontro con un mondo che trascende il liquido, una finestra oltre quell’unghia aranciata, quello fatto di persone, di visi crespi dalla fatica, di ritualità, dei suoli miocenici della Vignarionda.

Un rapporto non strumentale o servile quello tra il luogo, il viticoltore ed il vino, come le parole nella retorica persuasiva, ma esistenziale come la ricerca dell’aletheia nell’analisi platonica, come il tormento per Strindberg, o l’oppio per De Quincey.

Il Barolo è talvolta uno psicoattivo per le formazioni ippocampali, un album di famiglia adagiato sulle ginocchia in un riaffiorare tumultuoso di reminiscenze, mano a mano che si affondano le labbra nel calice a tulipano colmo di qualche inebriante bevanda, stimolo per continuare a sorridere immersi nel ricordo, e magari per soffocarne qualcuno fuggito dalla prigione del nostro lobo temporale.

Il Barolo, la Vignarionda, sono ciò che riesce a mantenere quell’equilibrismo difficile che è alla base del pensare senza sprofondare dell’abisso husserliano, il costante contatto con l’Io e con il vino senza affogarvici irrimediabilmente al loro interno. Questo è uno dei punti che fa del dono di Dioniso, di un vino come il Barolo, qualcosa di straordinario, a prescindere dal razionalizzare tale fenomeno che avviene e basta nello sfumare della percezione.

Il Vignarionda 2003 di Pira è un Barolo dalla veste granato intenso con richiami aranciati, di grande e tradizionale complessità olfattiva. Si apre su note di kirsch e di prugna, poi su toni più balsamici. Le note di torrefazione si alternano a quelle più austere e cupe di cuoio, tabacco e spezie legnose. Al palato è pieno e possente, elegante nonostante i pregiudizi di un’annata calda. Ancora vibrante il sorso, con un tannino piacevole, calore alcolico ed una lunga persistenza.

Braida – Barbera d’Asti Bricco dell’Uccellone 1996

La Barbera d’Asti Bricco dell’Uccellone è forse una delle Barbera più iconiche, il redentore nella genesi piemontese, antitetico dell’acido barberico che offrivano nelle vecchie piole in tempi neanche tanto lontani, di cui l’esofago di molti ancora porta il ricordo, la ridefinizione di un vitigno e di un luogo; un punto di svolta, al di sopra di chi è contrario, a chi non piace, o chi per altre ragioni invoca l’astensione spirituale dal giudizio.

Questa 1996 è uno stimolante nostalgico, è un colloquiare con la memoria. Ha la veste di chi porta il fascino del vissuto, pur con qualche elemento che sembra aver preso un proprio corso, ma che per qualche perversa ragione sembra piacerci al punto di non riuscire più ad escluderlo, come la voce logora, a tratti litanica di Leonard Cohen negli ultimi anni di vita, o le labbra di Dolly Parton, per esser meno romantico.

La veste granata intensa è il preludio di dissolvenza di una gioventù che ormai sembra cedere ai terziari, su note di prugna disidratata, di sciroppo d’acero, di kirsch, tabacco e fiori secchi. La freschezza lo rende agile, mai monocorde, un’acidità che seppur sbilanciante offre all’olfatto e al palato due volti distanti ma ugualmente interessanti. Chiude su note sorprendentemente vivaci, di una frutta più fresca, conservatrici di una pargolezza che sembra non aver conosciuto la stanchezza di due decenni.

Un vino che è stato una scoperta, che sembra aver vissuto su due piani temporali, tra di loro contemporanei ma mai incidenti. Un’iniziazione empatica alla longevità di una Barbera, di cui spesso si parla, ma non troppo soventemente si ha la fortuna di approcciare con tanti anni addietro. Un testimone non solamente di un vitigno, ma di un territorio stupendo.

Orlando Abrigo – Barbaresco Rocche Meruzzano 2007

Nel vaneggiante tentativo di concludere questo articolo prima di finire la bottiglia, mi chiedo quanto si possa cogliere della piacevolezza di cui mi sto nutrendo, quanto dei ricordi che un vino ricalca, possa poi trasparire in un articolo che tendo sempre a snellire con il timore di far della retorica un’assassina del piacere stesso. Una sorta di obnubilamento di quel piacere che giunge quasi immediatamente, giusto il tempo di lasciar scivolare via la polvere di un decennio e far svanire il leggero disassesto olfattivo che accorre dopo l’apertura.

Il Barbaresco Meruzzano di Orlando Abrigo è un vino la cui conoscenza è ormai affare di un tempo remoto, consolidata nell’averlo incontrato più di una volta sotto ogni veste d’età. È un vino che potrebbe davvero liquidare queste righe con i sorsi che bastano per terminarlo ed essere totalmente appagati, ma scrivere in questo momento appare anche come una nobile scusa per continuare a scoprirlo. È un Barbaresco che ormai riesce a concedersi, da solo o negli abbinamenti, con facilità; è il Nebbiolo che evolve nel prosieguo di una cena, con un tannino ingentilito che non trova opposizione alcuna. All’olfatto è un richiamo al sottobosco, al kirsch, alle prugne essiccate e alle foglie di tè fermentato, all’ammezzato del burbero padre e a quel caffè che costò lacrime a Portinari.

Al palato ha ancora la vivacità e la freschezza di chi non ha preso l’ultimo treno per Samarra, ma che sta ancora sfidando le generazioni. Avrebbe avuto, probabilmente, almeno altri quattro o cinque anni davanti a sé. La lunga persistenza è il finale che autocelebra una bottiglia di cui resta ormai solo il bel ricordo, di lei, della cena, e dei discorsi fatti, tra il risollevarsi dalle lacrimae rerum di questo periodo e l’esaltare la bellezza dei Barbaresco di Meruzzano.

Andrea Scovero e la Barbera d’Asti in anfora

L’astigiano negli ultimi anni si è consacrato come una delle zone più interessanti e di stimolo eno-filosofico del Piemonte. Assieme al Monferrato, ad oggi è una dimensione estremamente mutevole, dove viticoltura naturale, biodinamica e senza convenzionali definizioni, trovano spesso libera espressione del proprio genius loci. Filosofia che non pone limiti alla sperimentazione, in un sito dove la terracotta sembra estranea, ma nel quale si accasò negli antichi tempi di rivolta e ricerca del progresso, dove tra il IV ed il V secolo a.C. i plebei ottenevano progressivamente spazio nella società romana. All’epoca della Secessio Plebis già votive anfore vinarie di piccola dimensione erano prodotte in Piemonte, ed il vino trasportato tra queste, otri e botti in legno.

Andrea Scovero produce in anfora la sua Barbera d’Asti, dal fascino atavico ma con un carattere pulito, preciso ed identitario. Prende vita da una fermentazione spontanea, poi una sosta in acciaio ed in anfora. La veste è violacea, il carattere olfattivo è quello di una gioventù colta, dirozzata anche al palato, testimone è un’acidità che non eccede, ma che dona una piacevole freschezza, stimolando la richiesta del calice pieno. I profumi vertono al frutto fresco e sottospirito, ma con un’indole terrosa, una vena minerale che non attrae contestatori, ed un sorso altrettanto coerente, sartico e sapido, che sfuma su note di mora e ciliegia, con un’ottima persistenza.

La storia non è necessariamente pro parte al suo percorrerla cercando conforto o sostegno delle proprie tesi, ma talvolta può portarci alla considerazione ex novo dell’utilizzo e della collocazione di alcune pratiche, educandoci al sapore della riscoperta, ove il modernismo si fonde ed eleva l’esperienza storica stessa, erudendola, rendendola applicabile e fruibile, esortando la ricerca del piacere nel fascino primigenio.

Piero Bussi e le perle di Calosso

Dopo un periodo di assenza, giusto il tempo di vivere qualche esperienza senza assecondare la mia compulsione di prendere appunti ed osservare alla stregua di un sociologo, torno a parlare di una realtà familiare, visitata non più di una settimana fa.

L’azienda di Piero Bussi e del figlio Federico è una di quelle cantine che trasportano all’interno di un territorio, che da sempre trovo magnifico e talvolta minimizzato e relegato ad una terra di confine, che è in verità punto di incontro della più affascinante variabilità geologica e storica.

La loro Barbera d’Asti Superiore, la Castagna in particolare, è l’espressione di una tradizione, in cui la filosofia antidemagogica porta ad un vino che sembra intonare in modo semplice ciò che vi è di più celato ed arcano, e complica ciò che vi è di più modesto, rendendo un insieme di note organolettiche una sinfonia complessa, un’immagine viva. Una linea di pensiero univoca attraverso i loro vini, e che non fa della profilazione economica un argomento di discussione, perché le riflessioni interessanti qui sono ben altre.

È una Barbera che ha tutte le sonorità per essere ricordata e le qualità per porla a giacere nel tempo che sapremo concederle. Perché la cosa meravigliosa delle migliori Barbera d’Asti è proprio la razionale possibilità che un giorno l’impeto adolescenziale accondiscenderà alla saggezza rilassata di una prosa matura e calorosa, che della gioventù porta il ricordo di un’acidità indomita ma colta ed allocata, che richiamerà sempre il sorso successivo.

Il Moscato passito invece è qualcosa di estremamente accasante, il sorso è un rincorrersi di sentori tipici e gergo botanico, dove gli aromi muschiati e la dolcezza tutt’altro che eccessiva condannano la bottiglia da 0,5l ad un veloce ma felice epilogo, testimone che anche in Piemonte i vini passiti regalano piacevoli sorprese, svecchiati da quelle intimazioni alcoliche e di leggera ossidazione che ormai faticano a trovarsi, ma che al solo supporli ricordano un naufragio sulle coste di Madeira. Il Suris rimane fermamente in Piemonte in tutto il suo fascino.

L’altra perla di casa riguarda una varietà che fu sul punto di estinguersi, ma che fu ripresa e la cui storia continua oggi a Calosso grazie ad una manciata di viticoltori, tra cui la famiglia Bussi. La Gamba di Pernice è una varietà particolare, una bomba di frutti rossi e spezie, dal tannino morbido ed un sorso dinamico, in grado di invecchiare a lungo e nel quale è possibile già notare due stili distinti, dove il legno si contrappone all’acciaio, inerte conservatore di un tratto varietale già così estremamente apprezzabile. Il disciplinare impone un minimo di 20 mesi di affinamento, 12 sono gli ettari in tutta la denominazione che la vedono protagonista, ed il vino è davvero poco, conviene fare scorta.

L’ultimo vino che merita l’attenzione della mia natura pedantemente descrittiva è il Nebbiolo del Monferrato, un vitigno che può sembrare fuori luogo, ma che ormai trova in molte espressioni giustificazione di una cittadinanza per merito. Non è quello di Langa, e se questo non fosse abbastanza scontato lo ricorderà l’etichetta scritta in maiuscolo, ma è un vino che non sfugge al paragone e che è in grado di affrontarlo suggerendo più di una domanda intelligente. È didattico, è il Nebbiolo, è uno specchio in cui le differenze territoriali si fanno sentire come in un amplificatore Marshall, ed è ciò che lo rende affascinante per chi ama questa varietà, non solo per il luogo in cui è collocata, ma per quanto riesce ad esprimere ovunque sia posto. È ad ogni modo anche estremamente piacevole, nel caso non vi interessassero le tre righe qui sopra, quindi la mia volontà di raccontarlo è ora ancor più giustificata.

La visita è una cosa che consiglio a tutti di provare, in questo periodo si respira in misura ancora maggiore l’aria di cantina, anche con la mascherina, ed anche quando il cielo non concede troppe schiarite si è immersi in un luogo che sembra fuori da ogni regola cittadina, dove il tempo passa troppo velocemente senza mai accorgersene.