Mirù – Ghemme Vigna Cavenago 2011

Le strade che conducono a Ghemme fanno parte di un ebbro pellegrinaggio dove in pochi ancora si avventurano, a tratti pare tutto sia rimasto immobile, sembri entrato in un tempo d’altri dove nessuno ti offrirà un’immagine piatta per famiglie o un discorsetto da volantino, piuttosto un calice insieme e vite da ascoltare. Le persone, il territorio, sono come i vini, un eremo nei suoli morenici estraneo alla triste compulsione modernista che bypassa la storia per giungere al degustatore tra pareti di vetro e finti capitelli.

Rappresentano un passaggio fuori dalle angosce odierne senza alcunchè d’illusorio, i riflessi granati e l’ampiezza aromatica si avvicinano alla sofferenza, decostruendola con garbata rispondenza al vero.

Il Vigna Cavenago 2011 di Mirù è quel calice riassumente decenni di cambiamenti e determinazione, carico di tradizione, un passaggio ininterrotto tra il presente ed il passato. Lo aspetteresti in eterno se non fossi guidato dallo sconforto di averne una sola bottiglia che ti corrompe anche l’anima per essere aperta.

È uno di quei vini che in uno stato di coscienza dilatata, mette a fuoco le diversità di un luogo e di un produttore esaltandone ogni aspetto peculiare, che consacrano la degustazione ad un momento saturo di senso. È quella bottiglia che non troverai mai senza ricerca, condizione imposta dai numeri e dalla volontà di interfacciarsi ad un viaggio che abbandona i classicismi del Nebbiolo come solista.

È frutto di una vinificazione in vecchie botti di rovere di Slavonia, 85% Nebbiolo e 15% Vespolina. Porta al calice un abito rubino dai riflessi granata, apre su toni floreali e di kirsch, di ribes nero, china e cuoio. Incedono successivamente i caratteri terrosi, di tabacco, cacao ed erbe officinali. Il sorso è coerente, teso, sapido e di notevole finezza tannica. Nebbiolo e Vespolina creano una giustapposizione dal volgimento inesauribile, sintesi emozionante e mnemonica che riporta a pensieri e volti che pensavo abbandonati alla memoria, in uno stato di immediata piacevolezza che non richiederebbe parola alcuna.

Il silenzio si fa virtù lungo la strada che porta ai sorì

Superando quel fiume che nei ricordi di Fenoglio scorreva come colata di piombo, si scorgono le vigne del Barbaresco, unico scorcio in grado di riposare gli occhi dei soldati traghettati da una parte all’altra del Tanaro, luogo in cui oggi si produce uno dei vini più straordinari al mondo, tra i volti anneriti e le mani indurite dalla campagna, quelli che rincasano quando il sole irraggia ancora con timidezza. Il silenzio si fa virtù lungo la strada che porta ai sorì, sollevando gli occhi alla vetta bruciata, verso quel mondo al rovescio, dove da sempre nessuno si abbarbica sulle colline che non recano patimento.

Nelle fredde cantine si sta al fresco, si dissipano i drammi, si respira liberi nascosti dalle imposte, esalando al massimo l’odore di mosto seccato sulle botti. In vigna ritorna ad ogni primavera il profumo di terra bagnata, l’immagine del contadino dalla schiena piegata dalla severità del tempo, che zappa lui stesso per vedere un lavoro ben fatto, con le spalle anteroverse nella flanella, e l’ordine dei filari che si rispecchia e ricalca sugli sfregi dei palmi.

Con un anziano amico che spese una vita in vigna, percorsi i filari alternando solenni vuoti di parole a racconti d’infanzia, tra gli incubi dei saccheggi, le vendemmie e le ragazze vestite a colori tenui, mentre loro violacei dalle vinacce, con le quali si riunivano dopo la pigiatura, per portarle al cinema, a fumar di nascosto, appoggiati alle loro ginocchia a dissipare la fatica, quando la miseria strozzava le risa come un manto d’edera.

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Chateau Bouscassé e il Madiran, animo oscuro della Guascogna

Seguendo l’Adours si giunge ai giardini chiari di Madiran, fra i mattonati bassi, l’erba secca al bordo dei viottoli sterrati, con il sole che brucia la sommità delle colline silicee scaldandone i ciottoli.

I monaci benedettini vi introdussero la vite nell’XI secolo ed il vino servito ai pellegrini diretti a Compostela. Si ritrova la cristianità rimessa ai crocifissi in pietra a guardia dei vigneti, tra i quali lo scrittore ed ex militante Jean Arfel, divenuto poi Jean Madiran, dopo la liberazione di Parigi vi trovò rifugio e con lui il vezzo da fanatico di destra e l’assolutismo religioso di cui era ebbro, insieme al suo compulsivo considerare l’aspettazione messianica alla stregua di una patologia metastatica.

I vecchi ceppi di Tannat richiamano l’attenzione tra le rocce sedimentarie e gli affioramenti calcarei, contorcendosi come anime lignificate nei rilievi insanguinati dalla persecuzione religiosa dove neanche la pioggia da tregua ai corpi, luoghi deturpati dagli incendi del XVI secolo e dalla fillossera. Madiran narra di una rinascita nella convivenza con un avvenire oltrepassante il recinto limitante del contingente, nel crollo della premeditazione che non può esser rifugio, lontana da un’ordine imprescrivibile, chiamando in campo il mortale e il divino, la terra ed il cielo, l’umana scienza ed il sacro.

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Per amor del Barolo

Per WineDuets mi ritrovo nuovamente davanti ad un calice di Barolo a volerne scrivere, rendendomi conto ogni volta di quanto sia arduo fare meglio di quella precedente, o di quanto sia difficile in senso più generale.

Cominciare dall’alba delle epoche mi sembra un abisso insormontabile anche con il supporto di un Cascina Francia di Conterno, quindi per ora basti sapere che qui la vite si abbarbica e serpeggia da tempi immemori, dal ritirarsi di quella palude che sembrava più adatta ad ospitare lo spiritello delle acque di Josephson che i ceppi di vinifera. Il portamento eretto della pianta fornì invece colonne e arcate per il rifugiarsi di un Dioniso crocifisso prima dal monoteismo, poi da due guerre mondiali e dal creativismo populista dell’enologia d’oltreoceano nella seconda parte del ‘900.

Scrissi del Barolo come di un vino reduce di un contesto incendiario, simbolo reazionario dotato dell’inflessione della voce umana nel narrare con sincerità spirituale del nostro e d’altro tempo, quando i produttori vinificavano accerchiati dal rumore metallico degli autocarri alleati, fissando la verità storica nel perdurare della coscienza. Il Barolo possiede la voce disincarnata di chi è ormai dipartito e di chi ne prosegue l’opera, imbottigliata in quell’abbraccio vetrificato che ne affinerà l’animo.

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Del vino, della teologia e degli ebbri spiritualismi: soliloquio attraverso il Ruchè “Vigna del parroco”

Quanto siano stati importanti gli ordini monastici per il vino è ormai chiaro agli occhi degli enoici appassionati; seppur in un’epoca in cui il progresso religioso sembra avanzare e regredire alla stregua di un’aritmia cardiaca, il loro lascito esercita ancora fascino nell’enologia europea.

I monaci salvarono il Pinot Nero dall’abisso medievale, rimettendo al calice la potenza salvifica del nettare d’Ottobre, non come semplice simulacro della transustanziazione o come strumento clericale, ma disponendo la continuazione di una condizione esistenziale della società occidentale: l’atto eucaristico. Il vino passò così da concentrato d’esenzione d’imposta a simbolo del prodigarsi collettivo.

Leopardi notò come il vino esaltasse lo sguardo rivolto alla persona non semplicemente come l’altro di fronte a noi, ma con-noi, concetto disperso dalla cultura moderna individualistica e antimelodica. Muoveva i corpi coordinandoli in conversazioni come solo la danza e la musica riuscivano a fare, in secoli in cui la comunità risplendeva attraverso i pochi momenti di egualità sociale.

L’atto del condividere è quanto di buono sopravvissuto ad epoche di lotta e predominio. Le persone, seppur in minor numero, si riuniscono in gruppi dove sentirsi adeguati, attorno a tavoli in cui la fiscalizzazione annichilente rimane fuori dal tempo, si offre da bere a chi è sopraffatto dalla giornata lavorativa consolidando il senso di appartenenza, tenendolo al riparò dalle asperità del mondo a cui l’astemìa non fa che contribuire. Concede a chi vi presenzia l’espressione della propria individualità attraverso ciò che sceglierà di bere, in un’evoluzione inclusiva del simposio platonico dove l’offrire è un’opportunità concessa a tutti.

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Una cartolina da Bacharach

Scrissi del Riesling già nello scorso articolo, rimarcando la nostalgia di un vino che sembra sempre più occultato, nel secolo in cui pare invece maggiormente incline a concedersi.

Testimone della trasformazione culturale di un intero popolo, ha ereditato quella aleatorietà che lo contraddistingue, rendendo ogni vendemmia un atto di ricercato e divino conferimento quasi ovunque sorgesse.

Lungo il Reno, a Bacharach, trovò dimora grazie ai Romani, in quella Baccaracum in cui il dio del vino pose il suo altare, dove Waterhouse sembrò avervi fatto visita fuori dal suo tempo, quando pose su tela a dar la schiena una sirena, Die Loreley di Heine che proprio a Bacharach richiamava lo sguardo dei marinai, sollevandoli nel canto dal peso del loro esistere, un attimo prima di condurli alla fine di quella stessa esistenza.

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Il Riesling e l’arte della Mosella, tra residui zuccherini e filosofici

Il Riesling è probabilmente una delle varietà più discusse, ma che sempre meno appare sulle tavole incorniciate dalla luce soffusa di un locale fortemente “instagrammabile”.

Forse perché il Riesling è questo, il vino della discussione, in grado di liquidare in 375 millilitri un nevrastenico dipsomane, ma di tenere l’anima sospesa di chi è disposto a comprenderlo, oltre l’apparente verve demagogica, per un’intera serata.

Nella Mosella scorre il mosto dorato come prosa rilassata che riscalda il petto nonostante la bassa gradazione, luogo dove il selbstbestimmung, l’autodeterminazione, è politica sovrana; dove ogni cosa è al suo posto, ove i viticoltori cesellano ogni aspetto intrattenendo una serrata conversazione con il dettaglio.

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Il Mesolone: la Croatina come ritratto dell’Alto Piemonte

Il Mesolone di Barni, grande espressione della Croatina d’Alto Piemonte, è un viaggio attraverso la terra che ha accolto i passi di scrittori illustri, dove il nettare d’Ottobre in questi luoghi, sembra coniugare alla perfezione il dualismo enoico, quello del bisogno di contemplazione perseguito dai grandi vini, ed il sentimento di liberazione che dovrebbe accompagnare il degustatore ogni volta che attinge al calice.

Fu citato da Mario Soldati in “Vino al vino”, personalità luminosa, elegante, dalla penna pungente tipica di quella critica al formalismo che andava affermandosi, e forte della corrente ascetica che stava sempre più affievolendosi.

È un vino che riporta a tempi ormai trascorsi, all’esistere dell’Elzeviro in terza pagina, quale frammento erudito e acuto di una cultura dalla quale sembriamo fuggire in preda ad un infermo entusiasmo.

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Costa di Sera dei Tabacchei, il riflesso di un territorio straordinario

Dopo aver acquistato quello di Alfonso Rinaldi su altopiemonte, la principale enoteca online sui vini di questo territorio per cui tanto ha fatto e la cui opera di divulgazione continua tutt’ora con incessante passione, torno con piacere a parlare di Erbaluce.

Alfonso Rinaldi mi è sempre stato raccontato come una persona splendida, dalle mille doti, che conduce mezzo ettaro di vigneti a Suno, dove prende vita il Costa di Sera dei Tabacchei, 100% Erbaluce o Greco novarese.

Dire il vero motivo di tale distinzione risulta complicato quanto tradurre un haiku, ma ciò che è certo, è che tale vitigno abitava questi territori prima ancora che l’uomo decidesse di fare guerre di rivendicazione, al cui benedetto Erbaluce, felice sulle sue pergole, non importava poi granchè.

Il nome reclama un’origine ellenica o “alla moda greca”, presumibilmente focese. Ciò che risulta affascinante è che la Focide è una regione confinante con la Beozia, dove il poeta Esiodo per primo scrisse dell’appassimento, ove le auree bacche venivano raccolte e attese al sole per dieci giorni e dieci notti. E l’Erbaluce com’è noto, regala passiti straordinari.

I Focesi però in Piemonte non arrivarono mai, sostarono sulla costa ligure, che nel VI secolo a.C. si estendeva fino a Nicaea, l’attuale Nizza, ripartendo per Marsiglia e facendo poi rotta verso il mare che avrebbe posto fine alla vita di gran parte dei loro uomini, apostrofando questa vicenda ad avvincente e drammatica leggenda.

Ma l’Albalux dai grappoli dorati, dall’ardito aspetto e dalle fulve bruciacchiature donate dal solare bacio, è ora uno dei vitigni a bacca bianca più affascinanti del nostro paese, e che sia Greco o Erbaluce, nell’Alto Piemonte riesce ad esprimersi straordinariamente.

Esempi come il Costa di Sera dei Tabacchei ci fanno intuire quanto il vino ed un varietale siano svincolati dall’idea di possesso, e mettano in chiara luce il valore delle cose buone.

E questo è un vino buono, vero, coinvolgente nel suo dinamismo, dalle note citrine, di uva spina, di mela, di rosa bianca e glicine. Il corredo di erbe aromatiche anticipa ma non stravolge il sorso floreale, beverino, verticale, di golosa sapidità e dal lungo finale.

Non mancherà una visita ad Alfonso, dove la giornata sarà di certo colma di buon vino e di aneddoti su un’altra passione, di cui lui è cultore e che credo condivideremo: la buona musica.

Il Ballu Tundu di Giuseppe Sedilesu, tra vino, arte e caduche convinzioni

Prima di incontrare i vini di Sedilesu ammetto di non aver avuto un buon rapporto con il Cannonau, e solo il tempo e l’analisi critica mi hanno guidato alla comprensione del perché di una tale mia convinzione, che oggi appare più che mai estinta.

Non starò qui a tediarvi con la storia del Grenache o non-Grenache, di DNA e sequenziazioni, per cui nutro enorme interesse, ma che trovo essere ora una parte marginale in queste poche righe.

Ho sempre visto il Cannonau, prima della mia conversione e giuramento verso i vini di Mamoiada, come un’opera cupa, più vicino ad un vino di Scizia come Ovidio li descriveva nelle Metamorfosi, talmente atro e coagulato da poterlo fendere con un’accetta.

Ma quell’aberrazione enologica non poteva essere paragonata a ciò che oggi è un vino emblematico della viticoltura italiana.

Più d’una volta, guardando i Cacciatori nella neve di Pieter Bruegel, ho provato ad immergermi nel rientro dalla battuta, ad idealizzare il calore del fuoco, il contrasto termico con il volto gelido, la preparazione della cena.

È senz’altro uno scenario differente da quello sardo, ma l’uscita con i cani pastore, il braciere e gli abitanti che sulla sinistra si accaldano rimuovendo le setole dai maiali, riportano a quell’aria che accoglie la sera tinta dal nettare di Ottobre, con il suo rubino carico, attorniati dall’essenza balsamica e speziata, dai richiami fruttati e dalla tempra alcolica.

È il vino che vorresti come compagno in quelle noctes cenaeque deum di Orazio, le notti da far invidia agli dei, è il varietale che meglio di altri intrattiene un corteggiamento ancestrale con la primordialità carnivora dell’essere umano.

Il Cannonau, come quello di Sedilesu, è un vino sincero, franco, capace di trasportare senza maestrismi di retorica né acrobazie verbali, la cui severità giovanile sarebbe riuscita a smuovere mezza Parigi esistenzialista e la cui maturità al contempo, avrebbe forse strappato un sorriso, uno vero, anche a Simone de Beauvoir.

L’unica cosa certa, più dei riferimenti artistici, è che se cercate una robetta esile ed ipocondriaca dovete dirigervi altrove.

Il Ballu Tundu proviene da un vigneto centenario, totalmente composto da Cannonau di Mamoiada, con quest’ultimo nome inciso nei geni della pianta, allevato ad Alberello.

Le rese sono molto basse, 30 quintali per ettaro, la fermentazione è spontanea e l’affinamento avviene in botti da 40 ettolitri.

Il risultato è un vino di incredibile eleganza, dalla veste rubino intenso, dai profumi balsamici, di mora sottospirito, di erbe aromatiche, di incenso. Prosegue su note ferrose, di mogano fino a calice vuoto, dove rimangono richiami boschivi, di muschio e foglie fermentate. Al palato è morbido, la sensazione calorica è ben integrata e affianca la struttura acido-sapida in un equilibrio già estremamente accomodante. Persistente il finale.

È un vino ancora nella sua esuberante piacevolezza giovanile, ma che può realmente concedersi il lusso del riposo nei decenni futuri, certo che l’attesa non verrà tradita.