Chateau Bouscassé e il Madiran, animo oscuro della Guascogna

Seguendo l’Adours si giunge ai giardini chiari di Madiran, fra i mattonati bassi, l’erba secca al bordo dei viottoli sterrati, con il sole che brucia la sommità delle colline silicee scaldandone i ciottoli.

I monaci benedettini vi introdussero la vite nell’XI secolo ed il vino servito ai pellegrini diretti a Compostela. Si ritrova la cristianità rimessa ai crocifissi in pietra a guardia dei vigneti, tra i quali lo scrittore ed ex militante Jean Arfel, divenuto poi Jean Madiran, dopo la liberazione di Parigi vi trovò rifugio e con lui il vezzo da fanatico di destra e l’assolutismo religioso di cui era ebbro, insieme al suo compulsivo considerare l’aspettazione messianica alla stregua di una patologia metastatica.

I vecchi ceppi di Tannat richiamano l’attenzione tra le rocce sedimentarie e gli affioramenti calcarei, contorcendosi come anime lignificate nei rilievi insanguinati dalla persecuzione religiosa dove neanche la pioggia da tregua ai corpi, luoghi deturpati dagli incendi del XVI secolo e dalla fillossera. Madiran narra di una rinascita nella convivenza con un avvenire oltrepassante il recinto limitante del contingente, nel crollo della premeditazione che non può esser rifugio, lontana da un’ordine imprescrivibile, chiamando in campo il mortale e il divino, la terra ed il cielo, l’umana scienza ed il sacro.

Ancora oggi tra le mura guascone ogni bottiglia racchiude quel ritmo continuo di annullamento ed insorgenza, nel continuo mutare del Tannat che pare inconsacrabile in uno stato d’equilibrio.

Nel ’90 Ducournau prosegue il cambiamento attraverso la scoperta della microssigenazione, affiancata ad una filosofia meno produttivista ed al taglio con le uve vagabonde.

Il vino inizia ad essere piacevole in gioventù, di complessità potenzialmente straordinaria e che trova nell’evoluzione la mora macerata, le spezie, le note boschive e l’odore di pipa di cui dev’essere intrisa la credenza di un anziano ed incazzato royaliste d’Action française, a cui non è rimasto che il rintanamento nell’erudizione e nelle ipotesi controfattuali.

I vini di Madiran rappresentano l’opportunità di girare in bocca un ottimo vino francese con un sorriso disteso, senza indugiare al sorso di un Bordeaux la cui presa di consapevolezza del costo di quel dato sorso causerebbe la contrazione simultanea dei muscoli facciali risolvendosi nella nevrosi di una tetanica smorfia.

A Maumusson-Laguian, Chateau Bouscassè ospita nei suoli argillo-calcarei ceppi centenari e altri poco più che ventenni, di Tannat, Cabernet Sauvignon e Franc, maturati per 14 mesi in botti nuove dal 30 al 50%. Per me i vini di Madiran godono di quella stessa aura dei vecchi claret, da meditazione in buona compagnia più che da tracannare, pervasi però da uno spirito più primigenio ed indomito portato dal Tannat. In questa 2016 le sfumature di more e ginepro superano il rubino impenetrabile del calice, affiancate da note di alloro e fumose, incedono poi tonalità balsamiche e più atre di fiori appassiti e caffè, liquirizia e cannella. Il sorso è pieno, carnoso, a cui l’acidità conferisce agilità contrapponendosi al calore contenuto e ad un tannino caratteristico ma composto. Sul finale le note fruttate dissolvono nella lunga persistenza di un sorso già appagante nella sua giovinezza.

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