Per amor del Barolo

Per WineDuets mi ritrovo nuovamente davanti ad un calice di Barolo a volerne scrivere, rendendomi conto ogni volta di quanto sia arduo fare meglio di quella precedente, o di quanto sia difficile in senso più generale.

Cominciare dall’alba delle epoche mi sembra un abisso insormontabile anche con il supporto di un Cascina Francia di Conterno, quindi per ora basti sapere che qui la vite si abbarbica e serpeggia da tempi immemori, dal ritirarsi di quella palude che sembrava più adatta ad ospitare lo spiritello delle acque di Josephson che i ceppi di vinifera. Il portamento eretto della pianta fornì invece colonne e arcate per il rifugiarsi di un Dioniso crocifisso prima dal monoteismo, poi da due guerre mondiali e dal creativismo populista dell’enologia d’oltreoceano nella seconda parte del ‘900.

Scrissi del Barolo come di un vino reduce di un contesto incendiario, simbolo reazionario dotato dell’inflessione della voce umana nel narrare con sincerità spirituale del nostro e d’altro tempo, quando i produttori vinificavano accerchiati dal rumore metallico degli autocarri alleati, fissando la verità storica nel perdurare della coscienza. Il Barolo possiede la voce disincarnata di chi è ormai dipartito e di chi ne prosegue l’opera, imbottigliata in quell’abbraccio vetrificato che ne affinerà l’animo.

Patria di contadini quanto di poeti ed idealisti, lo sguardo alla Langa è rimesso ad un sentimento di fierezza e fatica che sembra non trovare mai riposo, dove i primi cenni di rilassamento sopravvengono nel corso dei decenni con l’attenuarsi dell’acidità nevrastenica e della tannica indolenza paterna, raggiungendo uno stato di armonia avvolta da contrappunti terrosi e di frutta macerata, come in un Rocche dell’Annunziata Riserva di Aurelio Settimo o in un Vigna Giachini del ’97 di Giovanni Corino.

Terra partigiana, di combattenti che ribaltarono il clichè del ”paese salvato” quando i vignaioli tirarono fuori dalla corrente del Tanaro alcuni soldati americani, di apologeti che segnarono le pagine del New York Times con la guerra del legno in un periodo in cui l’attenzione era rivolta alle tensioni in medio-oriente.

Tra i viottoli che portano a Cannubi immagini di trovare, svoltato l’angolo, i giovani dell’amoreggiamento serale di Syberg, guidato dal patrimonio spirituale di quelle colline e dall’effetto inebriante di quei calici che offrirebbero redenzione anche al più restio dei penitenti. Da quello di Luciano Sandrone a quello di Virna Borgogno, sono vini che si consacrano nell’infinito sensoriale una volta stappati dopo il lungo riposo, santificati nel goderseli di fronte al congedarsi del sole alle spalle dei Cannubi.

Opera spogliata da poeticismi e inutili artifici retorici, il Barolo è punto di incontro del senza tempo con il tempo, vini che narrano di periodi d’emigrazione e coltivazione della vite in Etiopia attraverso il Piè Rupestris di Cappellano, antitesi dei vini indivenienti che popolavano il nostro paese nel secolo scorso, ispiratore di amore e di diatribe in un periodo in cui ancora si poteva godere di ideologie anti-politicamente corrette, che sembrano palesarsi ogni volta che si vive la grandezza, il tradizionalismo archetipico e antidemagogico del Barolo di Bartolo Mascarello.

Lo stesso stato di assuefazione mnemonica lo si ha attraverso i continui richiami nella trama cupa sormontata da profumi di tartufo e ciliegia del Brunate-Le Coste 2008 di Rinaldi, nell’ampiezza sopra-ideale del Riserva Vigna San Giuseppe di Cavallotto, in cui la vivificazione dell’idea testa i limiti del linguaggio tanto che avrebbe mandato in pensione Husserl molto prima, e ne avrebbero giovato un po’ tutti.

Il Barolo materializza l’incontro di mondi differenti tra loro incidenti, consistenti quanto irrimediabilmente immateriali nelle stanze della nostra memoria. Vedere i pochi video di Giuseppe Rinaldi, le cui mani gesticolanti nel descrivere minuziosamente l’essenza del Barolo si muovevano con la stessa armonica espressione di quelle di Millais sul volto dell’Ofelia, è la prova di una natura onnipervasiva che questo vino possiede, che trascende il liquido, costituente un rifugio dal mondo moderno in cui l’identità umana sembra ancora poter trovare dimora.

One thought on “Per amor del Barolo

  1. La spirale del Barolo che ruotea nel calice inghiotte il tempo stesso, per questo quando lo bevi il tempo non esiste. Magia del Barolo!

    Grande Kevin! ancora una volta insuperabile!!!

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