Il Riesling e l’arte della Mosella, tra residui zuccherini e filosofici

Il Riesling è probabilmente una delle varietà più discusse, ma che sempre meno appare sulle tavole incorniciate dalla luce soffusa di un locale fortemente “instagrammabile”.

Forse perché il Riesling è questo, il vino della discussione, in grado di liquidare in 375 millilitri un nevrastenico dipsomane, ma di tenere l’anima sospesa di chi è disposto a comprenderlo, oltre l’apparente verve demagogica, per un’intera serata.

Nella Mosella scorre il mosto dorato come prosa rilassata che riscalda il petto nonostante la bassa gradazione, luogo dove il selbstbestimmung, l’autodeterminazione, è politica sovrana; dove ogni cosa è al suo posto, ove i viticoltori cesellano ogni aspetto intrattenendo una serrata conversazione con il dettaglio.

Prima che imperversasse la kulturkampf di Otto von Bismark, la Mosella che vedeva nascere Karl Marx a 10 km dalla cantina Karlsmuhle, rendeva il Riesling partecipe delle grandi relazioni, testimone del corso della storia come lo fu sempre. Una bevanda che al contrario di molti parenti d’oggi non asserviva la genesi di profumi schematizzati nel catalogo del moderno esteta intransigente, quanto piuttosto materializzava la severità, dotata della medesima rigidità di un anziano tedesco nazionalista radicale che si infervora al solo sentir parlare di eurobond.

Il nettare di Kaseler Nies’chen fu famoso già in tempi remoti, rivendicando quel bere senza fine pratico, assumendo il significato proprio delle arti del “non significare al di fuori di sé”, di costituire esso stesso trama centrale del suo essere desiderato, elevandosi dal suo utilizzo come coadiuvante all’intermediazione. I Prussiani lo avevano già inserito tra i vigneti più “alti”, in senso spirituale più che materiale, dove i soli 150 metri di altitudine media erano stati rinforzati dal 70% di pendenza come prova di fede.

Dai declivi è possibile scorgere lo scenario sincopato, il Ruwer contrapposto al versante selvaggiamente boschivo, nel qual la nebbia ed i venti si infrangono, dove le bacche prendono tempo per poi compiacersi al termine del fermento, in quelle bottiglie slanciate verso l’alt(r)o, come cornici magiche e attive di un’opera alla quale concorrono sublimandone la trasformazione.

Kaseler Nies’chen fu inoltre dote della singhiozzante Agnes, figlia di viticoltori, per trovar la via del matrimonio tra quei filari in cui i giovani sposi erano soliti intrecciare i rami, con i ceppi a guardia del loro sentimento.

Questo Riesling è un Auslese del 1999, il che implica come condizione d’esistenza un residuo zuccherino importante, sovente inversamente proporzionale al grado alcolico. Come questo vitigno sia una linea del tempo è testimone l’essenza stessa di un territorio profondamente mutato nel clima, in cui l’acidità elettrica dei Riesling del Ruwer pre-contemporaneo sembra aver lasciato spazio ad una maturazione del frutto perfettamente antitetica alla tensione delle durezze.

Il giallo paglierino intenso, brillante, è un preludio delle sensazioni in cui la vista è esclusa, palesandosi su note agrumate, di frutta matura, di pesca e miele, una mineralità dosata e sgrezzata, dai lievi accenni floreali e di sottobosco come in un continuo scendere e salire dalla scala pentatonica. Al palato conferma il suo esser ancora avvolto nella gioventù, dove mostra tratti di maturità, un equilibrio che si configura prima vicino, per poi distanziarsi con l’insorgere dell’acidità e delle note più fresche. Di pregevole lunghezza il finale.

È un vino certamente piacevole, in cui il continuo porsi prima avanti e poi dietro la soglia di maturità fornisce la prova dell’accondiscendente occultamento della sua prontezza, montando una situazione atta a decostruirsi subito dopo, come è natura del Riesling e di pochi altri vitigni che trovano insistentemente nel tempo la possibilità di definirsi.

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