Il Ballu Tundu di Giuseppe Sedilesu, tra vino, arte e caduche convinzioni

Prima di incontrare i vini di Sedilesu ammetto di non aver avuto un buon rapporto con il Cannonau, e solo il tempo e l’analisi critica mi hanno guidato alla comprensione del perché di una tale mia convinzione, che oggi appare più che mai estinta.

Non starò qui a tediarvi con la storia del Grenache o non-Grenache, di DNA e sequenziazioni, per cui nutro enorme interesse, ma che trovo essere ora una parte marginale in queste poche righe.

Ho sempre visto il Cannonau, prima della mia conversione e giuramento verso i vini di Mamoiada, come un’opera cupa, più vicino ad un vino di Scizia come Ovidio li descriveva nelle Metamorfosi, talmente atro e coagulato da poterlo fendere con un’accetta.

Ma quell’aberrazione enologica non poteva essere paragonata a ciò che oggi è un vino emblematico della viticoltura italiana.

Più d’una volta, guardando i Cacciatori nella neve di Pieter Bruegel, ho provato ad immergermi nel rientro dalla battuta, ad idealizzare il calore del fuoco, il contrasto termico con il volto gelido, la preparazione della cena.

È senz’altro uno scenario differente da quello sardo, ma l’uscita con i cani pastore, il braciere e gli abitanti che sulla sinistra si accaldano rimuovendo le setole dai maiali, riportano a quell’aria che accoglie la sera tinta dal nettare di Ottobre, con il suo rubino carico, attorniati dall’essenza balsamica e speziata, dai richiami fruttati e dalla tempra alcolica.

È il vino che vorresti come compagno in quelle noctes cenaeque deum di Orazio, le notti da far invidia agli dei, è il varietale che meglio di altri intrattiene un corteggiamento ancestrale con la primordialità carnivora dell’essere umano.

Il Cannonau, come quello di Sedilesu, è un vino sincero, franco, capace di trasportare senza maestrismi di retorica né acrobazie verbali, la cui severità giovanile sarebbe riuscita a smuovere mezza Parigi esistenzialista e la cui maturità al contempo, avrebbe forse strappato un sorriso, uno vero, anche a Simone de Beauvoir.

L’unica cosa certa, più dei riferimenti artistici, è che se cercate una robetta esile ed ipocondriaca dovete dirigervi altrove.

Il Ballu Tundu proviene da un vigneto centenario, totalmente composto da Cannonau di Mamoiada, con quest’ultimo nome inciso nei geni della pianta, allevato ad Alberello.

Le rese sono molto basse, 30 quintali per ettaro, la fermentazione è spontanea e l’affinamento avviene in botti da 40 ettolitri.

Il risultato è un vino di incredibile eleganza, dalla veste rubino intenso, dai profumi balsamici, di mora sottospirito, di erbe aromatiche, di incenso. Prosegue su note ferrose, di mogano fino a calice vuoto, dove rimangono richiami boschivi, di muschio e foglie fermentate. Al palato è morbido, la sensazione calorica è ben integrata e affianca la struttura acido-sapida in un equilibrio già estremamente accomodante. Persistente il finale.

È un vino ancora nella sua esuberante piacevolezza giovanile, ma che può realmente concedersi il lusso del riposo nei decenni futuri, certo che l’attesa non verrà tradita.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: