Del Nizza, della Barbera e della resilienza

Dall’inizio di questo nuovo anno, il tempo per dedicarmi alla scrittura e alla lettura è stato davvero ridotto all’essenziale azione di svolgere documenti, così come la lontananza dal vino mi ha ricordato quanto possa esser triste l’anima temperante di un astemio, tanto quanto lo sia quella cupa di chi eccede all’opposto.

Ho parlato spesso della Barbera, e credo possa esser chiaro quanto io vi sia affezionato, che è per me il vino del ritrovamento, del ritorno galliano. Il Nizza di Cantine Brema è la sintesi della mia nostalgia purpurea, una delle migliori espressioni di questa recente denominazione.

Parlai di quegli esuli d’animo che portarono la Barbera al merito che le spettava, ma anche di chi come Luigi Veronelli, si fece voce del loro ascetismo.

La Barbera di Nizza raccoglieva già elogi al tempo della ricostruzione, sulla tavola delle famiglie sopravvissute al periodo bellico.

Da anticipatrice, poneva in risalto l’esser negazione del consenso popolare che spaventava anche i pionieri della nuova Barbera degli anni’80, collocando al centro i tratti contrastanti in ciò che prima era stato un concentrato monocorde di auto-rassicurazione. Un vino che andava ricalcando l’ideale del Carducci, quello con cui sfidare una Bufera come egli diceva, e non con l’intenzione nichilistica di naufragare.

Definito come l’anti-merlot nelle piacevoli pagine di McInerney, alla ricerca dell’amore non concessole, si proponeva come un magnanimo vitigno in grado di fronteggiare le uve vagabonde che in quegli anni monopolizzavano i vertici delle guide.

La Barbera aveva con sé grandi doti tintorie, potenza, alcolicità talvolta severa, ma un’austerità materna, privata della paternale astringenza. Caratteristiche che l’hanno spesso portata al confronto con varietà alloctone, talor provenienti da vigneti oltreoceano dove alloggiano i tavolieri più cari del mondo.

In alcuni casi è stata un allietante dell’affaticamento mandibolare dato dalla viscosità di alcuni di quei vini dei nuovi mondi, che sembravano aver vissuto alle stesse temperature di un soffiatore del vetro, figli di filosofie commerciali scritte da sceneggiatori della Disney, dove lo scollamento dal palato non sembrava frazione di un rito degustativo ma un atto di bruxismo.

Frequentando il territorio del Nizza ci si rende presto conto che quel vino straordinario non è fatto solamente di luce e sole, e quell’ ”altro” di cui è costituito ripercorre la storia, attraverso i volti di questa denominazione, mediato dalle fotografie monocromatiche dell’alluvione del ‘68, un anno che risparmiò pochi, e che sembrò infinito in ogni parte del nostro paese.

Dopo aver visto la propria terra subissata ancora una volta nel ‘94, ciò che venne fatto per ricostruire e consolidare quanto a noi è arrivato oggi, sembra una manifestazione di tenacia e resilienza che mai più di questi ultimi periodi merita di esser divulgata.

L’atto delle persone di cercare continuamente un luogo, uno spazio verso ciò che è immateriale e che costituisce la volontà dello sguardo di mirare all’oltre, verso la libertà dalle strette condizioni del reale, può trovare compimento tra queste colline, dove la sostanza inebriante si mischia costantemente alla sospensione del tempo, concedendosi incondizionatamente alla tranquillità.

Il Nizza 2015 di Cantine Brema dedicato a Luigi Veronelli, veste uno splendido abito rubino intenso, mentre la fervenza olfattiva è un dispiegarsi nella complessità, con uno spettro cupo, di frutta scura macerata, richiami terrosi, di sottobosco e tè fermentato. I profumi riportano poi all’amarena sottospirito, al tabacco e ad una speziatura dolce e ben dosata.

L’approccio gustativo è deciso, con un’austerità moderata. Il sorso è avvolgente, l’acidità è integrata e lo slancia, l’alcolicità è asservita ad un’insieme già di elegante equilibrio. Lunga la persistenza di un finale dall’affascinante trama speziata e fruttata.

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