La Petite Chapelle

In un giorno in cui la fredda breccia mattutina sembrava essersi portata via anche la più flebile parvenza di cromatismo, e con questo la già remota voglia di concludere qualcosa alla fine di una alba spenta, decisi di aprire un Hermitage nella speranza di ricongiungermi con la parte di encefalo che accoglie le sensazioni tattili.

L’Hermitage è uno di quei braceri in cui arde la storia di un popolo fervente, in più epoche osannato, che dona come prodotto di reazione un caldo rifugio per l’anima.

In quella sella granitica abita il più alto concetto di simbolismo enologico, quella profondità insita nella capacità quasi ecclesiastica del vino, di operare la trasmutazione del liquido in spirito rifluente.

Una sola collina che si erge come rifugio di Dei antichi, scampati agli epiteti perbenisti degli osservanti i precetti di religioni ubriache di un Dio reso puritano, perché sicuramente lo è diventato dopo, e anche più volte in diverse lingue.

Qui la vite esiste dal IV secolo a.C. ed è sopravvissuta alla follia monopolistica di Domiziano, alla fillossera, alle contraffazioni del XVII secolo e alla Loi Evin o “Loi des pleurnichards”.

Jean-Claude Grumber si chiese proprio in “Pleurnichard”: “In effetti, non ho mai saputo davvero come comportarmi di fronte alla sfortuna assoluta. Dovresti piangere, strapparti la testa e calpestarla, o ridere alla morte?…”

La risposta che si diedero gli eroi dell’Ermitage fu unica e assoluta rispetto a quella di Grumber, ed inseguirono l’agape nella filosofia dicotomica dono-sacrificio. Santificarono quanto gli era stato concesso in un’opera cupa, che richiama il gelido inverno, lo spirito di un padre conservatore immerso nella nube del sigaro serale.

L’Hermitage impolverato e coperto dalla coltre dei decenni è, una volta aperto, come un amante abbandonato al suo ipotizzabile stato di irrefrenabile decadenza, ma che ad un certo punto trova nel luogo più tetro una foto, in cui egli appare immortalato in un’espressione di eterna soddisfazione.

Il vino dell’Hermite nella sua più verde età invece, rende chiaro il perché Dumas fosse un assiduo frequentatore della cantina del Cafè Anglais di monsieur Delhomme, nella quale si recava alle sette di sera per essere testimone di come i vigneron del Rodano settentrionale operassero l’incanto attraverso una colta istintualità, e di come un vino non cambiasse di magnificenza, ma d’intenzione nell’Opera del tempo.

La Petite Chapelle è il fratello de “La Chapelle”, vino storico della cantina Paul Jaboulet Ainè, frutto di un’annata classica, la 2013, che porta in bottiglia più eleganza che potenza, un sorso definito in prima battuta per deboli di cuore, frase ad effetto in pieno contrazionismo anglofono, che risuona come una massima che nessuno ha colto. È un’annata che si sta rivelando progressivamente, in una distensione elegante senza eccessive dissonanze nel percorso di evoluzione.

La Petite Chapelle 2013 si apre in un crescendo di complessità, da toni di ciliegia e marasca a note più cupe, balsamiche, di erbe amare, verso una comparsa di afflati terrosi, di tabacco e cuoio. Il sorso è avvolgente, profondo, dalla speziatura tetra. È sapido e fresco, il tannino è accomodante e l’equilibrio offre una grande continuità di beva. Il finale è una sfumatura interminabile a cui pone rimedio solamente il calice successivo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: