Il Barolo, il calore della 2003 e la Vignarionda

Descrivere ciò che rappresenta il Barolo è sempre qualcosa di arduo ed estremamente personale, soprattutto quando a leggere o a conversare sono persone legate congenitamente all’argomento, stringendo tra le mani tinte dalle vinacce un calice colmo di sacrifici e di quella stessa materia di cui accenni qualche parola con tono sommesso.

In questo la scrittura aiuta parecchio.

Da vino reduce di un contesto incendiario come quello degli anni ‘80, ad oggi il Barolo è niente meno che immagine di se stesso, simbolo reazionario, oratore onnipervasivo di un luogo, di una collina, a volte di una vigna, di una famiglia.

Poco importa in alcuni casi se l’annata è quella che è, e la natura rifiuta di raggiungere i 100 punti, come una 2003 torrida e siccitosa da essere ricordata quasi solo per questo.

La sincerità teologica del vino è il biglietto per bypassare quella cortina di timidezza prima della conoscenza, l’incontro con un mondo che trascende il liquido, una finestra oltre quell’unghia aranciata, quello fatto di persone, di visi crespi dalla fatica, di ritualità, dei suoli miocenici della Vignarionda.

Un rapporto non strumentale o servile quello tra il luogo, il viticoltore ed il vino, come le parole nella retorica persuasiva, ma esistenziale come la ricerca dell’aletheia nell’analisi platonica, come il tormento per Strindberg, o l’oppio per De Quincey.

Il Barolo è talvolta uno psicoattivo per le formazioni ippocampali, un album di famiglia adagiato sulle ginocchia in un riaffiorare tumultuoso di reminiscenze, mano a mano che si affondano le labbra nel calice a tulipano colmo di qualche inebriante bevanda, stimolo per continuare a sorridere immersi nel ricordo, e magari per soffocarne qualcuno fuggito dalla prigione del nostro lobo temporale.

Il Barolo, la Vignarionda, sono ciò che riesce a mantenere quell’equilibrismo difficile che è alla base del pensare senza sprofondare dell’abisso husserliano, il costante contatto con l’Io e con il vino senza affogarvici irrimediabilmente al loro interno. Questo è uno dei punti che fa del dono di Dioniso, di un vino come il Barolo, qualcosa di straordinario, a prescindere dal razionalizzare tale fenomeno che avviene e basta nello sfumare della percezione.

Il Vignarionda 2003 di Pira è un Barolo dalla veste granato intenso con richiami aranciati, di grande e tradizionale complessità olfattiva. Si apre su note di kirsch e di prugna, poi su toni più balsamici. Le note di torrefazione si alternano a quelle più austere e cupe di cuoio, tabacco e spezie legnose. Al palato è pieno e possente, elegante nonostante i pregiudizi di un’annata calda. Ancora vibrante il sorso, con un tannino piacevole, calore alcolico ed una lunga persistenza.

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