Il Barolo, l’arte di degustare e la caduta dell’antipensiero

Quanto un vino sia in grado di stimolare il pensiero, e quanto quest’ultimo, come disse Chapoutier, rappresenti il logoramento e la consumazione della piacevolezza del bere, piuttosto che un arricchimento e al contempo atto imprescindibile della degustazione, sono due opinioni spesso contrapposte, la cui prima ormai viaggia incontrollata su binari illogici, in attesa di assistere al deragliamento dell’altra carrozza.

Il pensare davanti al calice non è il tergiverso tentativo di deteriorare la primitiva integrità del piacere, quel piacere derivato dall’atto di degustare e tanto meno quello putativo al suo ebbro e chimico effetto, nel quale al massimo pone il ragionevole limite di un relativo contenimento.

Tra gli allegorici epiteti volti a sottodimensionare la controparte, emerge sempre all’atto pratico la possibilità di avviare un confronto interiore, una profonda ed introflessa conversazione.

Per un enofilo è spesso un calice, un grande vino, sovente un’etichetta in particolare che la memoria stenterà ad abbandonare, alla stregua del Bacio di Klimt o l’improvviso n.3 di Schubert.

Fu per me un Barolo di Cappellano a confermare ciò di cui ero già certo, e molti altri sopraggiunsero in seguito come sostenitori di tale certezza.

Il Barolo giunge al punto di sollecitare la meditazione, che lo vogliate o no, arriva ad essere inaccostabile in alcuni casi, se non da chi gli è di fronte. Probabilmente, un buon discorso il più delle volte può andar bene come abbinamento. Altre volte in solitudine, ci rende anche più sopportabili a noi stessi.

È plausibile che l’incompatibilità del Barolo con molte preparazioni gastronomiche si ripresenti anche con il degustatore che vi si approccia, non tanto per una sorta di discriminazione favorente un particolare classismo sociale, il vino è per tutti, ma ognuno di noi si espone ad esso in modo difforme, il carico culturale stratifica la degustazione su diversi piani di complessità, possibilmente inesauribili. Il Barolo è semplicemente un amplificatore di questa condizione, che il vino già di per se esorta.

Facilmente, è deducibile che anche il piacere percettibile con un vino di questa grandezza, non sia svincolabile dal sapere di ognuno, perché è talvolta il calice stesso contenitore di una conoscenza che siamo noi ad apporgli. È come un recipiente amniotico e prospettico, in cui le infinite combinazioni evolutive, che si palesano sotto forma di profumi e note aromatiche, sono frutto di reminiscenze, di esperienze precedenti, del rifugio nell’erudizione, ma anche irriducibilmente intrinseche ad ognuno e al contempo svincolate dall’essere. É come una matriosca o un gomitolo, che per quanto accarezzino l’idea dell’infinito volgono alla fine, come la più bella tra le conversazioni, ma ad ognuno di noi è data la possibilità di determinarne la durata.

In poche parole, il terreno, l’uva, il vino, assumono un senso esclusivamente se abbiamo la conoscenza e la fede per attribuire loro una dimensione, tanto crescente quanto abbiamo dato al nostro sapere la possibilità di germogliare e prosperare.

Riusciamo così a cogliere proporzionalmente un’intenzione espressiva, una volontà, comune tanto all’arte scultorea quanto alla musica o alla pittura, con la differenza che la natura piega ciò che desidera, forza che al contrario, non si manifesta su un blocco marmoreo di per sé immutabile, su una tela o un violino.

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