I heard someone is dressing in style

Capita spesso di assistere nel mondo del vino ad assolutismi, ad approcci scettici fino a più evoluti agnosticismi ideologici nei confronti di alcune varietà, ed in alcune situazioni anche in parte giustificabili. Succede poi qualcosa nel percorso di apprendimento, che sposta l’equilibrio in modo funambolico verso il desiderio di esplorare e di approfondire. E se così non fosse sarebbe sicuramente un peccato.

Ricordo la prima volta che provai l’Erbaluce, fu un rimando ad uno di quei documentari, dove qualche pazzo cercava di baciare una torpedine. Quella verve nevrastenica e l’acidità sovrastante creavano un concerto psichedelico, la bocca rimase in modalità risciacquo senza dar segni di ripresa per qualche minuto.

Ciò che mi spinse a continuare nella ricerca, fu l’ossessione del comprendere come si potesse ottenere un passito così dannatamente contemplativo e longevo, ed un bianco tanto distante da andare in anafilassi al solo parlare di complessità.

Diverso tempo dopo l’Erbaluce diventò uno di quei vitigni dal quale non mi sarei separato.

Una varietà che è stata apostrofata troppo spesso all’abbeveraggio degli assetati, in quelle giornate dove si consiglia di non uscire nelle ore più calde, ma che affronta ormai da tempo un processo di riscoperta interiore, e che credo abbia solo bisogno di essere ripresa per mano e spinta oltre ciò che è già.

L’abbandono incompleto di quel sinistro e morboso attaccamento all’acidità, ha portato i produttori ad intraprendere un percorso che non assecondasse timorosamente la richiesta di freschezza di chi vorrebbe il vino di una vendemmia non ancora avvenuta.

Ci si imbatte anche in bottiglie dell’annata più recente, con un bagaglio aromatico arricchito, frutto di migliori scelte in vendemmia e di vinificazioni più empatiche. L’utilizzo del legno in alcuni casi pare come un’ipertrofia ricercata e funzionale, rendendolo più avvenente.

L’acidità fa da sostegno ad una veste molto più eccitante (come far indossare un soprabito in Harris Tweed ad un ragazzo che ha sempre rifiutato di togliersi una di quelle giacche anti vento che vanno di moda oggi. Appellatevi al gusto personale, ma in termini di eleganza il risultato è differente, non mentite a voi stessi).


Orsolani – Erbaluce di Caluso “La Rustìa” 2019

Un calice tradizionale, dove si accasa l’anima più fresca dell’Erbaluce. I richiami sono quelli più estivi, di fiori d’acacia, pera e pompelmo, con una nota rustica e fumosa. In bocca è coerente, piacevole, chiaramente estroverso e difficilmente fraintendibile. È un classico che sa come non stancare mai.


Favaro – Erbaluce di Caluso “Tredicimesi” 2018

Una delle versioni definite a volte tra le più francofile. Uno dei più muscolosi senza dubbio. Uno dei miei preferiti, senza alcun timore d’ammissione. Richiama alcuni bianchi di Francia ma non ti fa dimenticare da dove viene. Gli aromi vertono su un frutto più maturo, di pompelmo, mela verde, erbe aromatiche e tiglio, e le tracce del passaggio in legno si barcamenano tra sensazioni più accessibili ed altre più nascoste. Il sorso è sapido, di grande freschezza e persistenza. Una tappa obbligata nel percorso di conversione al piacere dell’Erbaluce. Un piacere che accrescerà esponenzialmente custodendolo gelosamente ancora per qualche anno.


La Masera – Caluso Passito “Venanzia” 2012

Un vino nato da un sogno comune, dall’anima glicerica e accomodante, un po’ timida in entrata. Dorato al calice, si apre nel tempo con una coesistenza di note fresche ed evolute, speziate, di orzo tostato, susine macerate, miele d’acacia, scorze d’agrume e frutta sotto spirito. Il sorso è caldo ed avvolgente, l’acidità gli concede equilibrio senza mai stancare, e la nota alcolica che ogni tanto scalcia non risulta mai invadente. È un abbraccio che non ammette rifiuto.

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