From sky to (h)eart(h)

Forse, se penso alla testardaggine imputabile ad una varietà, non mi viene in mente chissà quale tripudio di immagini. Qualche vitigno, l’Erbaluce per esempio, ma poco altro.

Ciò che sicuramente è costante, un pensiero intransigente quanto la materializzazione del soggetto, è il frutto che cresce in una delle zone più belle di tutta la Francia. Immagino lo Chenin Blanc come una cartolina, in cui il fronte è guidato dal pacato fascino del castello di Chambord, mentre il retro è sovrastato dagli scarabocchi di un bambino in preda alla sua pargola esuberanza.

Tra i ricercatori della perduta arte agricola e chi si è girato dall’altra parte ponendo, secondo altrui veduta, nel proprio cuore un divisore grande quanto la dogana d’Ingrandes, lo Chenin Blanc tiene da solo un concerto da improbabile figlio di Alfred Brendel e Janis Joplin.

E non è neanche un caso quella frase, From sky to (h)eart(h), con quelle “h” da inserire ad voluntatem, ripresa dal titolo del libro di Nicolas Joly (From sky to earth), tra i padri della biodinamica, espressionista senza compromessi.

Cavalcando il concetto che “l’impossible n’est pas francais”, i viticoltori della Loira, in egual misura idealisti e pensatori, hanno reso lo Chenin un vero specchio dei propri luoghi, ed il loro vino un prodotto della riflessione della straordinaria unicità di quel territorio, che trova nell’unico ciò che vi è di più mutabile e diverso. Un piede avanti ed uno indietro rispetto al mondo scientifico, in qualcosa che Joly definisce come quantitativamente immisurabile, ma con un senso di misura da interpretare alla luce dell’oltre, una realtà fenomenica, che ha di reale più di ciò che può esser compreso.

Cullato dalle correnti oceaniche e dall’influenza continentale in quella douceur angevine, Il Pineau de Loire, com’è anche definito, sembra esser legato alla natura poliedrica della gente del luogo. Credo nessun’altra cultivar, o anche qui poche altre, possa godere della versatilità di questo vitigno in grado di dare risultati potenzialmente eccelsi in ogni veste. Un vino dal carattere sempre atto a far comprendere qualunque sia la declinazione manifesta, senza interruzione di continuità, più che ad essere forzatamente compiaciuto dalla cromosomica critica di Mr. X e Mrs. Y.

Quella continuità a volte difficile e non sempre dualistica, quella successione reversibile che segue l’infrangibile rotta, from sky to.. beh avete capito, ora sta a voi scegliere, e che siate davanti ad un Saumur dall’acidità tagliente come un Laguiole, cullati dalle grazie di un Vouvray o tra le dolci braccia di un Bonnezeaux, so per certo che in qualsiasi modo sia posta quella “h”, non avrete timore nel terminare la frase nel modo più sentimentale.


Domaine de Bellivière – Jasnières “Les Rosiers” 2017

Giovane realtà biodinamica di grande livello, il Domaine de Bellivière assembla questo vino da una selezione di giovani vigneti. Bassissima resa in vigna, vendemmia manuale e affinamento in botti di rovere di diverso passaggio. Ne consegue un vino di ottima complessità in un contesto olfattivo dolce, con profumi di fiori d’acacia, albicocca, nocciola e una caratteristica impronta minerale. Il sorso è secco, verticale e tagliente, sapido e fruttato, dal finale di buona persistenza. Un vino di ottima prospettiva.


Chateau de Villeneuve – Saumur Blanc “Les Cormieres” 2017

Saumur esuberante, di grande freschezza, dai tratti erbacei, di mela verde e scorza di limone, lievemente floreale. Il legno è quasi impercettibile nonostante i 9 mesi in botte sur lie. L’olfatto anticipa coerentemente il sorso, radicale nella sua freschezza e sapidità, di notevole inclinazione gastronomica.


Domaine Huet – Vouvray Sec ”Le Haut Lieu” 2017

Nel cuore pulsante dello Chenin, nel coteau vouvrillon, dove le correnti oceaniche e le influenze continentali convergono, questo Vouvray di Domaine Huet cresce nella tenuta storica della cantina. È un vino affascinante, dalla trama inizialmente celata ma che evolve in una progressione lineare, dalla verve citrica a quella più conciliante di fiori alpini, mela cotogna e susine sottospirito. Il sorso è dinamico, fresco e sapido, anelando alla tipica cucina di fiume.


Domaine de la Taille aux Loups – Montlouis sur Loire “Les Hauts de Husseau” 2016

Jacky Blot, The Montlouis Maestro, il genio indipendentista che a detta di molti, ha contribuito a svincolare Montlouis dall’ombra di Vouvray. Lieviti indigeni, fermentazione e maturazione in barrique, niente malolattica, come una firma nei suoi vini da once upon a time. Da vigne di oltre 70 anni nasce “Les Hauts de Husseau”, un vino di spiccato carattere, di grande intensità. Uno Chenin che si estroverte con la sua cocciutaggine su note citrine, di biancospino, erbe aromatiche, pesca bianca e frutta secca. Al palato è dritto, di incorruttibile freschezza e sapidità.


Bernardeau – Vin de France “Les Ongles”

Promettente viticoltore, come se già ora non facesse grandi vini, Stéphane Bernardeau compie in quell’ettaro circa di vigneto tutto ciò che di straordinario la sua terra e lo Chenin possono offrire. Estremamente complesso, espansivo, gli aromi vertono sulla maturità del frutto, sull’albicocca, la guava, con un sottofondo speziato e minerale ben accordato. Il sorso ne conferma l’opulenza, avvolgente dal primo contatto, che grazie alla lunga persistenza sembra non finire mai.


Nicolas Joly – Savannieres “Coulée de Serrant” 2010

Monastero cistercense in un territorio retto da strati di rocce metamorfiche, oggi questo monopole è condotto da colui che è probabilmente il vate della biodinamica. Nicolas Joly è una di quelle figure che riesce ad affascinare e trascinare tanto quanto facciano i suoi vini. Ogni bottiglia sembra seguire una sua stella, e anche quando non sempre gli astri sembrano essere ben disposti, ognuna di questa è un’opera che sembra sempre valer la spesa. È una Coulée questa che si apre con sentori di evoluzione, fumè, di spezie orientali. Gli aromi di foglie bagnate, tabacco biondo, genziana e albicocca macerata si presentano garbatamente in modo distinto. Il sorso è pieno, ancora di grande freschezza, equilibrato e di lunga persistenza. Se non siete amanti del genere, non dello Chenin Blanc ma della Coulée de Serrant, rassegnatevi a non esser lasciati facilmente.


Domaine Huet – Vouvray Molleaux “Clos du Bourg” 1er Trie 2006

Vino profondo, dall’estro conversevole. Si erge su un’impalcatura evoluta, di albicocca macerata, pesca sciroppata, spezie, miele e limone candito. Al palato il residuo zuccherino è ben bilanciato dall’acidità e dalla natura sapida del sorso in un quadro di perfetta armonia.


Domaine René Renou – Bonnezeaux “Cuvée Zénith” 1997

Come i grandi momenti che non torneranno, dei quali contempli la natura gioiosa e la crescente nostalgia al loro consumarsi, la Cuvée Zenith è il lascito del maestro René Renou, prematuramente scomparso nel 2006. Un vino emozionante, dal carattere quasi testamentario, carezzevole, di struggente eleganza nella sua straordinaria dimensione. Si veste con note di albicocca, datteri e uvetta, fini spezie e tabacco. Il sorso è una continuazione inesauribile dei profumi, dolce, equilibrato da una colonna acido-sapida che sembra incrollabile, dove neanche la lunga persistenza sembra poter placare la nostalgia del riviverlo.

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