I vini dell’Etna: una serata ai piedi del Vulcano

Di luoghi spesso impervi, aspri e dal fascino arcaico si è soliti parlare, quando ci si appresta a descrivere l’Etna. La sua inclinazione austera forgiata dall’impeto della storia, teatro di scontri tra fenomeni naturali si erge incontrastata in un paesaggio in cui gli elementi trovano equilibrio nell’essere tra loro in contrasto. Le vecchie viti appaiono come corpi lignificati nel loro dinamismo, in una terra che non ama vie di mezzo. Il sole si accanisce con fare dispotico, mentre la neve acquieta dando un’impressione accomodante. La contemplazione è evocativa, l’uso del colore verte al cromatismo. Ogni elemento è disordinatamente parte di un’opera arcana. Una visione anti-geometrica dove la spalliera a stenti trova spazio, dove il susseguirsi delle terrazze laviche crea un proprio ritmo in un ordine primigenio e perpetuo, luogo in cui il modernismo non trova ipotesi di concepimento.

«Tutto ciò che la natura ha di grande, tutto ciò che ha di piacevole, tutto ciò che ha di terribile, si può paragonare all’Etna e l’Etna non si può paragonare a nulla».

Dominique Vivand Denon, “Voyage en Sicilie”, 1788

È con questa citazione che si apre la serata dedicata ai vini che qui originano, condotta da Antonio Currò, grande cultore del territorio in cui è nato, head sommelier del ristorante due stelle Michelin di Ciccio Sultano, il Duomo di Ragusa.

Tre grandi enologi del territorio etneo

Qui dove il Nerello Mascalese domina incontrastato, insieme a piccole percentuali di Nerello Cappuccio, il panorama varietale dei rossi del versante Nord, i vini cambiano radicalmente di contrada in contrada, assumendo una veste unica e distintiva. L’irregolarità si materializza nel calice, in cui l’eleganza dei frutti rossi, delle sfumature floreali e delle spezie affronta la rigorosità dei sentori di pietra, talvolta affumicati, ricordanti la cipria. L’avvolgenza accoglie il temperamento delle durezze in una trama altrove irritrovabile.

Contrada Santo Spirito

Santo Spirito è una contrada in località Passopisciaro, quella più piovosa in cui il concetto di terroir più che mai qui trova il suo luogo. I suoli sono composti da sabbia vulcanica, ed un substrato originato dall’intercalarsi di quattro colate laviche. Le rese per ettaro sono basse, alta densità d’impianto, e la vendemmia rigorosamente manuale.

Il primo vino in degustazione è il Vigna Vico di Tenute Bosco, annata 2015, ottenuto da viti centenarie prefillossera coltivate ad alberello a 700 metri s.l.m. Il mosto, da uve per il 90% Nerello Mascalese e 10% Nerello Cappuccio, dopo la fermentazione in acciaio viene elevato in tonneaux di rovere francese da 700 litri per almeno 14 mesi, per poi passare 3 mesi nuovamente in acciaio e successivamente almeno 12 mesi in bottiglia.

Ne risulta un grande vino, estremamente espressivo della viticoltura da cui origina. Al calice è intenso, complesso, con sentori di ciliegia sotto spirito, balsamici, minerali, di erbe aromatiche, spezie e profumi boschivi. In bocca è elegante nonostante la natura austera, di buona acidità, tannico e con un finale lunghissimo. Un vino pronto a sfidare il tempo. Una grandissima opera nel teatro dell’enologia etnea, e non solo.

Il secondo vino proviene sempre da Contrada Santo Spirito, vendemmia 2016, stesse uve, nelle stesse proporzioni. La cantina che lo produce è un altra grande realtà della viticoltura di questi luoghi. Palmento Costanzo infatti è sicuramente simbolo dei grandi vini del’Etna, e questa bottiglia ne è un chiaro esempio. Le vigne sono site a 700 e 800 metri di altitudine in terrazzamenti di pietra lavica, coltivate ad alberello, con età tra i 30 e i 100 anni. Se non bastasse il territorio dal quale proviene, un’altra peculiarità che lo contraddistingue è l’affinamento, effettuato negli Ovum, botti di rovere francese a forma di uovo, capaci di sfruttare il moto convettivo naturale dettato dalla forma del recipiente, fenomeno che porta ad un batonnage perpetuo. Qui il vino sosta 24 mesi per poi essere affinato altri 12 mesi in bottiglia.

Il calice è anche qui interessantissimo. Stessa contrada, stesso uvaggio, ma si ha un vino totalmente differente dal primo. I profumi vertono più sui frutti rossi e sulle sfumature floreali, con richiami alla pietra bagnata, alla grafite, ed una balsamicità distintiva. In bocca è coerente, di estrema eleganza, il tannino è addolcito, più accomodante, con una buona spinta minerale e una piacevole acidità. È un’etichetta che merita assolutamente di essere provata.

Sciaranuova

I suoli millenari di Sciaranuova sono caratterizzati da una maggior componente rocciosa rispetto alla prima contrada, data da fenomeni erosivi a carico della roccia lavica, ricchi di scheletro e minerali. Sono terreni che poco sono esposti alle correnti provenienti dai Nebrodi, con basso numero di precipitazioni e temperatura media annua di circa 20°C.

Il vino rappresentante di questo cru è l’Etna Rosso Eruzione 1614 di Planeta, annata 2017, le cui viti sono coltivate ad alberello e cordone speronato, a circa 800 metri s.l.m. La prima vendemmia risale “solamente” al 2010, ma è un’etichetta che già ha dato prova di quanto questi vigneti possano esprimersi in modo eccelso. Le uve, per il 91% Nerello Mascalese e per il 9% Nerello Cappuccio, vengono sotto poste a fermentazione in acciaio, e lasciate macerare sulle bucce per 21 giorni; seguirà la malolattica sempre in contenitori di acciaio ed un periodo di 12 mesi in botti di rovere.

È un vino di grande impatto sia cromatico che olfattivo. Dimostra una balsamicità spiccata, con richiami alle erbe mediche, ai piccoli frutti rossi, al pepe nero. In bocca ha una bella avvolgenza, che riporta al frutto, questa volta verso la confettura, con un tannino presente ma ben integrato e con una piacevole freschezza. Una grande etichetta di una grande cantina, che sicuramente invoglia ad essere riprovata tra diversi anni.

Montelaguardia

Questa contrada, nel comune di Randazzo, rappresenta la fermata successiva, un panorama dominato da terrazzamenti in pietra lavica, un suolo ricco di ceneri e materiale organico, ad un’altitudine compresa tra i 780 e i 900 metri, dove la coltivazione ad alberello diventa nuovamente totalitaria contornata dai numerosi boschi di castagni.

Il quarto calice proviene dalla cantina Gulfi, con il suo Etna rosso Reseca, vendemmia 2015. La conduzione del vigneto è in regime biologico, a 800 metri s.l.m., la densità d’impianto è molto alta e la resa sfiora i 60 quintali per ettaro.

Le uve utilizzate provengono da Vigna Poggio, 1,5 ettari che ospitano viti centenarie di Nerello Mascalese. Il mosto dopo la malolattica effettua 24 mesi in tonneaux di rovere francese e altri 24 mesi in bottiglia, con un risultato di estrema piacevolezza. Il colore è carico, quello di maggior impatto cromatico tra quelli proposti. I profumi vertono molto sulla confettura di frutti rossi e neri, sulla viola e su un leggero corredo speziato. In bocca la predominanza del frutto lo rende quasi goloso, il tannino è levigato sapientemente e la freschezza risulta molto piacevole donandogli equilibrio. Un vino che stupisce nel suo differenziarsi, e che in queste caratteristiche trova la sua identità.

Rampante

Rampante è probabilmente la contrada che più si spinge al limite della viticoltura etnea. Qui dove la coltivazione della vite arriva a 1000 metri di altezza, essa si radica in profondità nei substrati di origine lavica, affrontando i vortici di vento che alzano ceneri e sabbia.

Il vino in degustazione è l’Etna rosso Contrada Rampante di Pietradolce, annata 2017. Deriva da uve 100% Nerello Mascalese, vigneti prefillossera coltivati ad alberello di 80-90 anni di età, vendemmiate per ultime rispetto a quelle di altre contrade, manualmente, a 850 metri s.l.m. La macerazione a contatto con le bucce dura 18 giorni, a cui segue un elevazione in tonneaux di rovere francese per 14 mesi.

Incredibile nella sua ricchezza e intensità olfattiva, sul kirsch, poi su accenti pietrosi e fuliginosi, ed un corredo piacevolmente balsamico e speziato. In bocca è schietto nella sua austerità, dritto sulle durezze. Un vino di incredibile potenziale, un preludio di grandezza. Sicuramente, un vino da ricordare.

Piano dei Daini

Questa è l’ultima tappa di una serata memorabile, dove si ritrovano la sabbia lavica e le forti escursioni di temperatura.

L’ultimo vino è l’Etna rosso 2016 di Tenuta Bastonaca, da uve Nerello Mascalese per l’80%, ed un 20% di Nerello Cappuccio. I vigneti sono anche qui antichi, arrivando a 80 anni di età, coltivati ad alberello a 700 metri s.l.m.

Le uve macerano per 18 giorni, ed il mosto passa dai 12 ai 18 mesi in botti di rovere da 25hl, affinando ulteriori 6 mesi in bottiglia.

Un’etichetta che chiude l’evento in estrema eleganza, con profumi richiamanti i frutti rossi all’apice della maturazione, una distintiva impronta balsamica e accenni minerali. L’acidità è buona, il tannino ben gestito, è piacevole l’avvolgenza. Un vino di spiccata personalità e grande piacevolezza.

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