Rooibos infused wine: dal Sudafrica l’ispirazione di un vino sulphur-free

Nella folcloristica provincia di Western Cape, in Sudafrica, la cantina Audacia nel 2014 ha lanciato sul mercato il primo vino sulphur-free, ottenuto tramite l’infusione di trucioli di Rooibos e Honeybush.

Il Rooibos o Aspalathus linearis, è una pianta indigena, che cresce in modo selvatico esclusivamente nelle montagne di Cederberg, su una superfice di circa 36.000 ettari. È da secoli consumata come infuso insieme all’Honeybush nel suo biotipo Rooi, dalle popolazioni originarie del luogo, nonché popolare in altre nazioni, quali Zimbabwe e Botswana.

Vigneti a Western Cape

Le proprietà benefiche del Rooibos sono dapprima state studiate su animali e umani, facendo emergere promettenti capacità antiossidanti, nel trattamento come coadiuvante nell’insonnia, in stati di emicrania e diabete, e per il mantenimento della salute epatica.

So che a tutto questo può seguire un certo scetticismo, ma ciò che sta alla base di molte delle proprietà sopra indicate, sono proprio polifenoli e antiossidanti.

Tali sostanze, tra le più importanti aspalatina e acido fenilpiruvico (PPAG) di cui il Rooibos è ricco, hanno mosso un enorme interesse verso l’impiego di piante indigene nel processo produttivo del vino.

In uno studio compiuto presso l’Università di Stellenbosch, è emerso come nei vini trattati con Rooibos e Honeybush vi fosse un decremento del tasso di ossidazione notevolmente maggiore dai vini non trattati in cui era stata indotta ossidazione.

Ciò non predispone all’abbandono totale dell’addizione di SO2, ma sicuramente ad un suo minor utilizzo da parte dei produttori.

Quello che distingue Audacia, guidata dal noto enologo Michael van Niekerk, è invece la decisione di non addizionare solforosa, esponendo il vino ai trucioli tostati di queste fabaceae per 4-6 mesi.

Punto cruciale rimane l’aroma conferito. Nello studio citato sopra, i vini trattati con Rooibos e Honeybush hanno mostrato aromi percettibili tipici di queste piante, di miele, vaniglia e sfumature erbacee. Mentre la componente tannica e la struttura non sembrano esser state influenzate. Nella cultura enologica occidentale, è facile chiedersi se tale pratica rientri in quella che è la produzione del vino classico, o sia un’alterazione volontaria delle sue caratteristiche organolettiche. Oppure, che ciò non celebri proprio una nuova categoria.

Aspalathus linearis – Wikimedia Commons

Negli ultimi decenni sono state avanzate molte proposte, alcune inseguendo la propria idea di vinificare, altre assecondando un meno sensato spirito di ostentato alternativismo.

Ciò che è essenziale, è che tramite il proprio desiderio di rendere il vino libero dalla manipolazione chimica, fornendo al contempo una base per diversificare il proprio prodotto, non venga snaturato ciò che è al centro, il vino, esaltandolo, senza strumentalizzarlo vestendolo di allegoriche filosofie improntate all’edonismo economico più sfrontato.

Ulteriori studi verranno compiuti sul Rooibos, sull’Honeybush e su molte altre piante native, e che sono sicuro apriranno nuove ed interessanti porte, in alcuni casi anche estreme, su nuovi metodi di vinificazione.

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