Vigna della Regina: un viaggio nel vigneto urbano di Torino

I vigneti urbani hanno da sempre un fascino caratteristico, dovuto forse, all’affiancarsi di due immagini che a volte sembrano non sovrapponibili. Da una parte la natura, paesaggisticamente incredibile e pervasa di profondo significato, dove si raccoglie il frutto della terra e della fatica; dall’altra la città, che storicamente qui si è spesso contrapposta, ma al tempo stesso irrimediabilmente legata alla prima.

Vigna della Regina nasce nel 1615, per volere del Cardinale Maurizio di Savoia come sontuoso edificio, con annessi rustici, giardini e terreni agricoli. Storicamente il suo nome fu Villa Ludovica, così chiamata in onore di sua moglie dopo aver abbandonato la porpora cardinalizia.

Diventerà la preferita di Anna d’Orleans, moglie di Vittorio Amedeo II Re di Sicilia, alla quale fu lasciata in eredità, e che con il susseguirsi delle cessioni alle consorti dei sovrani prenderà l’attuale nome.

Ma la storia che vede intrecciarsi indissolubilmente la vita di corte con la viticoltura risale a ben prima di tale data.

Un po’ di storia…

Con la colonizzazione greca, ci fu un radicale cambiamento della viticoltura, con piante a ceppo basso, potatura corta su tutore non più vivo come era in uso (arbustum gallicum).

Da qui in avanti le tecniche enologiche andarono evolvendosi, furono compiuti studi sulle varietà coltivate e il loro adattamento.

Ma con la caduta dell’Impero Romano, toccò ai monaci agostiniani dell’Abbazia di Vezzolano preservarne l’arte e le conoscenze apprese, poiché l’utilizzo del vino era connesso al culto dell’eucarestia. La coltivazione avveniva a cespuglio o a spalliera e si intraprese la disposizione a “gherssa” (a filare).

Quanto fu importante il vino per l’aristocrazia, e cosa rappresentò la città per la viticoltura divenne sempre più evidente a ridosso di una data ben precisa. Nel 1563, con lo spostamento della capitale da Chambery a Torino, crebbe l’interesse dell’aristocrazia verso la villeggiatura. In questo periodo, molti appezzamenti collinari vennero annessi alle sfarzose ville, e diversi vigneti vennero impiantati.

Già al tempo si poteva disporre di un vasto patrimonio ampeleografico documentato: Arneis (Vinum Renesj) 1478, Dolcetto 1500, Freisa (Vino di Chieri), Grignolino, Berbexino, Grignolato 1209, Grisa o Grisola (Barbera) fine 1200, Moscato bianco fine 1200, Nebbiolo (Nubiol) inizio 1200.

Il fenomeno si protrasse e mutò conseguentemente con gli assedi ed incendi di Torino del 1640 e del 1706, che vide la riorganizzazione della viticoltura, la cui struttura durò fino alla Seconda guerra mondiale.

… all’epoca Sabauda

Il mondo del vino in Piemonte ricevette sempre un grande impulso da Casa Savoia.

Già in tempi non recenti la vendemmia era regolata da norme comunali, con date diverse in pianura ed in collina, e le tasse su questo prodotto rappresentavano una delle maggiori entrate nelle casse sabaude.

Proprio quest’ultime erano riscosse da una figura di indubbio interesse storico. Il Brentatore, o Brindor, infatti, era solito animare la piazza del mercato, dapprima quella di Porta Palazzo e dal 600 la Carlina (Piazza Carlo Emanuele II). A lui spettava non solo il compito di esattore, ma anche quello di corriere, del travaso e quello di assaggiatore. Egli infatti ne attestava la qualità con uno strumento apposito, sincerandosi che non fosse annacquato o corretto con miele ed altre sostanze.

L’aristocrazia era senza dubbio esigente sulla qualità dei vini piemontesi, volendo che fossero esenti da trattamenti e pratiche artificiali, poiché convinti che “i vini del Re” non ne avessero, già in origine, alcun bisogno.

Ritorno alla Villa: la cessione, il decadimento e la rinascita

La Villa non conobbe solamente sfarzosi periodi di incredibile bellezza, tra feste aristocratiche, maestosi ricevimenti e illustri ospiti.

Fu dapprima nobilmente ceduta nel 1868, da Re Vittorio Emanuele II all’Istituto Nazionale delle Figlie dei Militari, ente nato per offrire supporto ed educazione alle orfane dei caduti in guerra, per poi cadere nell’oblio e abbandonata durante i bombardamenti del 1942 e 1943, vedendola ingentemente danneggiata.

Viene riaperta al pubblico nel 2006 dopo un’intensa opera di ristrutturazione, e la collina adiacente convertita a vigneto con l’impianto di 2700 barbatelle, 2546 di Freisa, e le restanti di Barbera, Bonarda, Carry, Grisa Roussa, Nerello duro e Balaran, in un areale di circa 0,8 ettari.

Nel 2008 avvenne la prima vendemmia, la cui resa prevista era di 60 quintali, 10 dei quali vennero raccolti per una vinificazione sperimentale nell’Istituto Agrario di Chieri a cura della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Torino.

La prima raccolta atta ad essere vinificata e commercializzata fu quella successiva nel 2009, dove la resa fu abbassata a 49 quintali (più di 1000 litri di vino in meno), e nel 2011 furono messe sul mercato 4500 bottiglie da 0,75l dall’azienda Balbiano, tutt’ora unica realtà produttrice presente su questa vigna. I grandi formati sono prodotti in quantità bassissime, ed in parte destinate all’asta il cui ricavato viene devoluto in beneficenza.

Ad oggi “Vigna della Regina”, distante solamente 2,7 km dalla Mole Antonelliana che domina il centro di Torino, è considerata tra i vigneti urbani più importanti e suggestivi d’Europa, insieme a quello di Clos Montmartre a Parigi e quello del Castello di Schoenbrunn a Vienna.

Ed ora la degustazione: Freisa di Chieri Superiore “Vigna della Regina” 2015

Dalla vendemmia 2015 vedono la luce 4184 bottiglie, il cui affinamento avviene in tonneaux di rovere per 6 mesi, e per 18 mesi evolve ulteriormente in bottiglia.

Prodotto da 100% uve Freisa provenienti unicamente dal vigneto di Villa della Regina, è un rosso elegante, ricco di particolari. Il terreno e il microclima che la contraddistinguono la rendono espressione irritrovabile.

Fin da subito visivamente interessante, di color rubino, limpido e tendente al granato. All’olfatto mostra un ventaglio di sfumature odorose abbastanza complesso, con profumi speziati, di confetture, fiori appassiti, cuoio e leggeri aromi tostati. Il tannino è delicato, è abbastanza caldo in bocca, ed una buona sapidità ed acidità ne sottolineano la giovinezza ed un buon potenziale evolutivo, il tutto chiuso da una buona persistenza del finale, rendendolo un vino appagante e di prospettiva.

Sarà sicuramente stimolante riscoprirlo quando i vigneti avranno qualche anno in più, così come la bottiglia, dimenticandola per un po’ in cantina. Sono sicuro regalerà delle belle sorprese, e contribuirà al crescente coinvolgimento dei consumatori verso gli autoctoni, tra i quali il Freisa si sta ritagliando un posto tra i più interessanti.

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