Marinferno e lo Spigone: un viaggio tra le anfore della Val Tidone

Prima una breve introduzione …

A Vicobarone, in Val Tidone, tra Lombardia ed Emilia Romagna sorge una proprietà risalente al 1500, appartenente agli Sforza Fogliani da tale data, azienda attiva da cinquecento anni. La Monferrina.

Qui il vino lo si è sempre fatto, e la produzione si è spostata negli anni principalmente verso un approccio maggiormente volto alla valorizzazione della materia prima e all’esaltazione della qualità e della propria conoscenza.

Nel 2016 arriva la svolta, con la creazione di questa visione, un progetto, Marinferno, che unisce il territorio, l’artigianalità e le persone con l’arte più creativa e figurativa; come quella ad opera di Lucio Bolognesi, autore dell’etichetta dello Spigone, ispirata al simbolismo, ed espressione dei tratti distintivi della cultura popolare.

… e ora passiamo al vino

Le terre, con esposizione ottimale a sud-ovest e sud-est, coprono 18 ettari di terreno di origine calcareo-argillosa.

Lo Spigone nasce da una raccolta a mano dell’uva, delle due varietà che lo compongono, Malvasia di Candia e Ortrugo. Vengono vinificate insieme in cemento, con macerazione pellicolare e senza controllo di temperatura. Vengono poi fermentate, ed affinate sulle proprie fecce in anfora di terracotta per un anno. Il vino è poi imbottigliato senza filtrazioni né aggiunta di anidride solforosa.

Per chi non lo sapesse, la macerazione pellicolare si differenzia essenzialmente dalla vinificazione dei bianchi tradizionali, poiché è previsto che il mosto stia a contatto con le bucce per più tempo, permettendo così la cessione di sostanze aromatiche e coloranti. Ciò richiede che l’uva utilizzata abbia raggiunto uno stato ottimale di maturazione e sia di ottima qualità.

E poi le anfore, tra i materiali più antichi ad essere associati agli ancestrali metodi di vinificazione, le cui tracce si perdono nel 6000 a.C., a Tiblisi. Siano esse chiamate Anfore, Qvevri in Georgia, Karas in Armenia o Talhas in Portogallo, la terracotta ha da sempre infuso un sentimento che ci avvicina alla alba delle epoche, quelle dell’enologia più antica. Il recipiente cambia in ogni luogo, la sua forma, il suo spessore; si adatta, ne comprende il terroir, le varietà e ne culla l’evoluzione.

La degustazione

Alla vista tende all’ambrato intenso, quasi aranciato. Al naso è estremamente insolito e articolato; si esprime subito con profumi di frutta matura, pesca sotto spirito, fiori essiccati e rimandi alla pietra focaia. Al palato invece risulta fresco, morbido, con un’ottima acidità ed una buona sapidità. Il tannino è abbastanza presente, si ha in bocca un continuo della frutta matura, poi le spezie, ed un aroma decisamente salmastro che accompagna l’ottima persistenza aromatica del finale.

È un vino che a mio avviso, è diretta espressione di tutta quella serie di variabili che lo compongono, terroir, varietà delle uve, metodo di vinificazione, l’estro di chi ci ne ha ipotizzato il potenziale e lo ha concretizzato. È autentico, non vuole piacere a tutti, vuole far discutere ed incuriosire, va compreso.

Se capitasse di provarlo, vi consiglio di andare oltre al primo sorso, sono sicuro che ne risulterà un’esperienza molto interessante.

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